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mercoledì 16 ottobre 2019

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MP' Speciali - La Frontiera del Commercio Internazionale: E ora scoppia la polemica sul Nafta...

Nella querelle Obama-Clinton sull’accordo di liberoscambio nordamericano si parla solo di Stati Uniti, come se il Messico avesse solo guadagnato dal trattato...

01.03.2008 - Pietro Parisella



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Quando fu siglato, il Nafta venne salutato entusiasticamente negli States: la più grande area regionale di liberoscambio del pianeta sarebbe sorta, degna risposta al Mercato unico europeo; avrebbe costituito un freno all’immigrazione illegale messicana, e traghettato la crescita economica del vicino latinoamericano attraverso l’apertura del mercato statunitense. I più sciovinisti esaltarono la potenzialità dell’accordo di estendere definitivamente l’efficienza e la solidità economica statunitensi all’intera America settentrionale, estendendo la frontiera del superiore modello statunitense dall’Alaska ai Caraibi.

Si disse, al tempo, che pochi ci avrebbero rimesso negli Stati Uniti, e comunque costoro avrebbero beneficiato delle opportunità apertesi per il sistema nel complesso, e dell’abbassamento dei prezzi dei beni commerciati tra Stati Uniti, Messico e Canada.

Oggi, nella corsa alla Casa Bianca, i candidati democratici si scontrano sul Nafta. Obama accusa la Clinton, moglie di quel Bill che fu Presidente ai tempi dell’accordo; la Clinton risponde dicendo che a suo tempo non condivise in toto il provvedimento. Da destra a sinistra, poi, si accusa Obama di populismo demagogico per la sua puntuale denuncia dei contraccolpi occupazionali della liberalizzazione degli investimenti diretti esteri in Messico connaturata al Nafta. Puntuale, la denuncia, perché guarda caso emessa proprio alla vigilia del voto in Ohio, uno degli stati più lesi dalla delocalizzazione delle corporation statunitensi nel vicino stato latinoamericano.

McCain, dal canto suo, non vuol saperne di invischiarsi su un argomento tanto spinoso, e alla domanda sulla politica statunitense nei confronti dell’America latina, risponde con la più classica professione di ottimistico liberoscambismo made in Usa: “Free Trade, Free Trade, Free Trade”. Come se, fino ad oggi, l’America latina ci abbia esclusivamente guadagnato dalla liberalizzazione del commercio con gli Stati Uniti...

Il Nafta ha sì creato una grande area regionale di liberoscambio, ma non un mercato unico paragonabile a quello europeo: mentre in Europa alla liberalizzazione della circolazione delle persone, oltre che dei beni e dei capitali, si è accompagnato lo sviluppo di un sistema regolatore e giudiziario realmente in grado di far rispettare la parità nell’accesso ai mercati, e le eccezioni ad essa si sono inserite in un processo istituzionale di integrazione politica, perciò rispettose delle prerogative di sovranità di ogni stato, in Nord America la liberalizzazione è stata dettata più dai singoli gruppi di interesse che da altro.

Se il Messico nel complesso ha potuto beneficiare dall’apertura del mercato statunitense per riprendersi dalla crisi del dicembre 1994, altrettanto non può dirsi per specifiche categorie sociali. Mentre le corporation che hanno delocalizzato oltre la frontiera Usa-Messico ci hanno guadagnato, e i lavoratori messicani nel nord del paese hanno beneficiato delle opportunità occupazionali aperte da queste, i lavoratori salariati dell’Ohio si sono trovati senza il proprio posto di lavoro. Avendo garantito il diritto di azione degli investitori privati esteri contro il governo del paese ospitante, il Nafta ha inoltre aperto un canale di pesante ingerenza delle imprese multinazionali sulla sovranità nazionale messicana. Ingerenza asimmetrica, perché al diritto di azione non è corrisposto un sistema adeguato di soluzione delle controversie giurisdizionali.

All’interno del territorio messicano, poi, i benefici si sono distribuiti iniquamente, perché al nord al confine con gli Stati Uniti in crescita si è contrapposto un centro-sud stagnante, le cui popolazioni rurali non hanno affatto beneficiato dalla liberalizzazione del mercato statunitense, perché incapaci di competere con l’agricoltura sovvenzionata e meccanizzata degli Stati Uniti.

Fa davvero riflettere come nel dibattito contemporaneo gli Stati Uniti perseverino nella mancanza di considerazione per gli effetti complessivi dei loro accordi di liberoscambio con paesi con sistemi economici più “arretrati”. Mentre McCain ripropone il falso mito di un liberoscambio che fa bene tanto ai poveri come ai ricchi, Obama e la Clinton fanno a gara per massimizzare i consensi – o minimizzare le perdite – in Ohio, senza argomentare una sincera riflessione sulle iniquità di fondo di trattati commerciali come il Nafta.



Per saperne di più, il giudizio sul decennale del Nafta del premio nobel Joseph Stiglitz, consigliere economico di Bill Clinton al tempo della firma dell’accordo, ma attento critico degli eccessi e delle iniquità della globalizzazione contemporanea.

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