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giovedì 17 ottobre 2019

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Debolezza europea e potenzialità dell’integrazione

Stati Uniti e Russia in conflitto nello spazio europeo; la mancanza di un’autonoma capacità difensiva e le sue ripercussioni sulle relazioni internazionali dell’UE; i passi da compiere e i nodi da sciogliere.

03.11.2008 - Pietro Parisella



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La crisi osseto-georgiana e il conseguente inasprimento della tensione tra Mosca e Washington hanno palesato al tempo stesso la fragilità dell'edificio della sicurezza strategica europea e la difficoltà, da parte dei paesi membri dell'UE, di definire una politica estera e di sicurezza comune. L'Europa di oggi vive una condizione storica di debolezza, che l'indeterminatezza della costruzione comunitaria tende ad amplificare, privando l'UE di quella capacità di influenzare gli equilibri tra gli Urali e l'Atlantico che le competerebbe per rilevanza geografica, economica e demografica.

 

L'ombrello difensivo e il rubinetto del gas

 

La condizione presente di debolezza europea ripropone lo schema geografico della guerra fredda - gli Stati Uniti e la Russia che esercitano la propria influenza sullo spazio europeo. Tale schema è però significativamente differente rispetto al passato: se durante la guerra fredda gli Stati Uniti e l'allora Unione Sovietica erano coinvolti direttamente e, sebbene con diverse gradazioni, ambedue in modo imperativo nella determinazione delle scelte politiche e strategiche fondamentali dei rispettivi satelliti-alleati europei, oggi Stati Uniti e Russia sono i determinanti della posizione internazionale europea attraverso rispettivamente la realtà post-bipolare della Nato e le forniture energetiche. L'Europa è stretta tra l'ombrello difensivo statunitense a Ovest e il rubinetto del gas russo a Est, e queste condizioni strutturali sono alla base della subalternità dell'Europa, incapace di proporsi nella pienezza del suo potenziale sullo scenario internazionale.

 

Dipendenza energetica e mancanza di autonomia in campo difensivo derivano in misura più o meno cogente dalla dotazione di risorse di cui godono i paesi europei. Importare gas e petrolio dalla Russia è per l'Europa, in misura diversa a seconda delle scelte economiche e di politica energetica adottate, necessario: anche sviluppando maggiormente le fonti rinnovabili di energia o solcando in modo più determinato canali alternativi di approvvigionamento di combustibili fossili, il ruolo delle forniture russe rimarrebbe significativo per la definizione del paniere energetico europeo. Diversamente dicasi per la mancata ridefinizione dei rapporti di sicurezza euro-atlantici, che sono un prodotto di scelte politiche oltre che della dotazione di risorse a disposizione di ogni paese. Rileva anzitutto la minore spesa militare che i paesi europei dispiegano, in termini relativi, rispetto agli Stati Uniti, ma fondamentale è ancor più il valore assoluto della spesa militare europea, su cui si pone un problema di integrazione europea. Difatti, difettando in ogni caso ciascuno stato europeo delle risorse necessarie per provvedere ad una dotazione militare in grado di fungere da deterrente nei confronti di potenze esterne di raggio offensivo e difensivo superiore al proprio, in mancanza di un sistema di difesa integrato l'Europa deve dipendere per la propria sicurezza strategico-militare dagli Stati Uniti, proprio come al tempo della guerra fredda. Per tali ragioni esiste oggi, in una condizione post-bipolare, la Nato, elemento-cardine della militarizzazione del confronto USA-URSS, la cui condotta strategica viene oggi come in passato determinata dalle preferenze della potenza dominante al suo interno, gli Stati Uniti.

 

Le relazioni euro-atlantiche

 

L'asimmetria in seno alla Nato è controproducente per il rapporto tra Europa e Stati Uniti, oltre che per la stabilità del sistema di sicurezza euro-atlantico. L'Europa, anzitutto, viene "attraversata" dalle decisioni della Nato: se la Polonia sente il bisogno di garantire la propria sicurezza attraverso la localizzazione di uno scudo missilistico sul proprio territorio, si rivolge agli Stati Uniti, per mezzo della Nato. Ciò diventa, per una Russia non più sovietica e che come tale non si presenta più in conflittualità esistenziale con l'Occidente, motivo di recriminazione nei confronti degli Stati Uniti, rei di propagare la propria influenza contro Mosca sfruttando le ansie russofobe dei paesi ex comunisti dell'Europa centro-orientale. Simili pressioni non avrebbero fondamento alcuno se l'UE disponesse di una autonoma capacità di difesa, realizzata attraverso un aumento (moderato) degli investimenti e l'integrazione in strutture comunitarie delle forze armate dei paesi membri: come non è concesso a nessun paese criticare la Russia per lo stanziamento di proprie truppe o strutture militari in qualsivoglia punto del suo territorio nazionale, così non esisterebbe motivo formale di critica se l'UE, avendo proceduto sulla via dell'ammodernamento tecnologico e dell'integrazione in materia difensiva, decidesse di stanziare strutture di difesa missilistica in punti periferici del territorio delimitato dai confini esterni degli Stati suoi membri, in Spagna come in Italia come in Polonia. Una politica, ben s'intenda, di difesa, volta a superare la condizione sui generis, eredità della guerra fredda, di un organismo di Stati incapace di provvedere alla più elementare delle attribuzioni di piena sovranità: la capacità di assicurare la sicurezza ai propri cittadini da eventuali attacchi da parte di nemici esterni. Non si tratta di velleità belliciste o di un neo-militarismo europeo, ma della semplice constatazione che per una politica estera comune, che abbia la pace e la solidarietà internazionali quali direttrici fondamentali, e ancor prima per una condizione piena di statualità è imprescindibile almeno una capacità difensiva autonoma che funga da deterrente credibile nei confronti di eventuali attacchi esterni.

 

Un potenziamento europeo imporrebbe come ovvio una ridefinizione degli schemi di alleanza e collaborazione euro-atlantici, un'accurata riflessione sul rapporto tra Europa e Stati Uniti, che d'altronde hanno tutto da guadagnare da una collaborazione paritaria, in termini di salvaguardia della sicurezza internazionale secondo i loro principi e interessi e di realizzazione delle potenzialità del sistema multilaterale di cui sono primari sostenitori. Un'Europa in grado di provvedere autonomamente alla propria difesa sgraverebbe come ovvio gli Stati Uniti di parte di un carico militare - la responsabilità diretta nella sicurezza europea - e del suo seguito politico - le accuse e le apprensioni dei paesi confinanti con lo spazio europeo. In aggiunta, il binomio interesse-necessità di provvedere alla sicurezza strategica dell'Europa impone agli Stati Uniti uno sforzo militare e finanziario notevole, che è distorsivo per la capacità statunitense di intervenire in aree di crisi extraeuropee, e priva di conseguenza in più contesti le missioni multilaterali di quella capacità risolutiva e pacificatrice che sarebbe sostanziata da una maggiore presenza statunitense sul campo, e da un dispiegamento di truppe unitarie europee.

 

Il ruolo e le responsabilità internazionali dell'Europa

 

Oggi come oggi, l'Europa si trova nel risibile paradosso di non provvedere autonomamente alla propria difesa, ma di essere in prima linea nella pacificazione di aree di crisi in giro per il mondo; se questa vocazione multilateralista, radicata nell'opinione pubblica come tra le classi dirigenti europee, fa di certo parte del DNA dell'Europa "potenza civile", essa è nei risultati indebolita dalla mancanza di truppe europee capaci di offrire un contributo determinante nelle aree di intervento, dove spesso le forze impiegate non sono risolutive per lo scarso coordinamento e per la ristrettezza - finanziaria, tecnologica, politico-diplomatica - a loro supporto.

 

Non procedendo sulla via dell'integrazione in materia di difesa l'UE non può proporre una vera e propria politica estera comune, e difettando di una adeguata dotazione militare essa non può dialogare e cooperare in misura realmente paritaria con gli Stati Uniti. Senza una politica e una diplomazia energetica comuni, tale sudditanza è replicata con Mosca sul terreno delle forniture di gas naturale, ed in presenza di un partner non cooperativo come la Russia di Putin ciò ha significato per l'Europa una condizione di esposizione alle volontà altrui crescente. Ecco come, decantata la fase contingente del letargo russo, figlio della disintegrazione sovietica, in mancanza di un equilibrio geopolitico e strategico-militare tra Stati Uniti, Europa e Russia, lo spazio europeo è tornato ad essere il terreno della contrapposizione tra Mosca e Washington. Contrapposizione che è l'altra faccia della subalternità europea, visto come nella Nato, ambito primario di definizione delle relazioni euro-americane, l'asimmetria di potenza ha congelato le ulteriori potenzialità dell'alleanza, lasciando agli Stati Uniti responsabilità di gendarmeria in Europa e ai suoi confini che, traducendosi di fatto in una condizione di semi-egemonia statunitense sullo spazio europeo, hanno portato la penetrazione statunitense nello spazio ex sovietico a scontrarsi (come in Georgia) con la spinta egemonica russa. Ciò ha conseguentemente distrutto la capacità del Consiglio Nato-Russia di definirsi politicamente quale organo della collaborazione euro-russo-americana per la costruzione di uno spazio di sicurezza comune.

 

In un ipotetico spazio cooperativo euro-russo-atlantico l'Europa potrebbe occupare una posizione mediana tra il gigante americano e quello russo. Oggigiorno simile idea è molto lontana dalla realtà, pregiudicata prima che dalle schermaglie successive all'indipendenza del Kosovo e alla crisi osseto-georgiana dallo squilibrio di potenza tra Europa, Stati Uniti e Russia, frutto di un'evoluzione recente che ha visto la Russia ri-potenziarsi e l'Europa apaticamente protrarsi nella sua peculiare condizione di "sicurezza nella debolezza". Né la mediazione europea nel caso della crisi georgiana può considerarsi una significativa manifestazione di un'accresciuta influenza europea; influenza che non può dispiegarsi per il gap di potenza, e per la mancanza d'una politica estera comune da parte dell'UE. L'intervento nella crisi georgiana di Sarkozy quale Presidente di turno è la manifestazione d'una ancora inconsistente politica estera comune che, complici le bocciature franco-olandese nel 2006 e irlandese nel 2008, non è stata formalizzata in istituzioni integrate e può operare, con notevoli difficoltà nella fase della deliberazione, soltanto - timidamente - innanzi al fatto compiuto. Politica europea di cui, però, si avverte la necessità sostanziale sul piano interno come internazionale; alla quale non mancano, peraltro, i principi ispiratori, ben incarnati dall'auto-rappresentazione dell'Europa quale "potenza civile".

 

Integrazione da approfondire

 

Il problema di fondo è che non può darsi una reale capacità mediana e una proiezione continentale europea senza una politica estera comune, che non può aversi a sua volta senza una autonoma capacità difensiva europea e una politica comune in campo energetico. Un'integrazione in questi campi presupporrebbe un esame approfondito degli interessi e delle disponibilità realmente in campo, toccando nodi fondamentali dell'intera costruzione europea quali l'apporto britannico, il ruolo francese, la fiducia e la fedeltà al progetto di Europa unita dei paesi entrati con i più recenti allargamenti, la crescita degli investimenti comunitari e conseguentemente del bilancio UE, la ridefinizione della sua geometria tra metodo funzionalista, federale e confederale. Nodi non sciolti in modo adeguato al momento dell'allargamento del 2004, ma venuti oggi al pettine.

 

In continuità con tutta la storia dell'integrazione europea, oggi le istituzioni comuni, ancora confinate in ambiti di competenza limitati ma per loro natura capaci di accrescere sistematicamente le interdipendenze e porre quindi problematiche sempre più comuni per gli Stati membri, pongono l'imperativo di una riflessione politica sui contenuti dell'unione finora realizzata e ancora, forse, da realizzare.

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