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giovedì 06 agosto 2020

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Combattere i conservatorismi per realizzare didattica e ricerca di qualità

Intervista a Franco Peracchi, Direttore del Master in Economia e Istituzioni e Coordinatore del Dottorato in Econometria ed Economia Empirica all'Università di Tor Vergata

20.12.2008 - Raffaele Saggio e Stefano Tretta



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Prof. Franco PeracchiProfessor Peracchi, nel suo recente articolo, pubblicato da La Voce.info, ha insistito molto sulla necessità di rendere più trasparenti e meritocratiche le selezioni concorsuali dei ricercatori. Il d.l. 180 ha inserito elementi di novità nel merito, come le rose e il sorteggio. Sono passi in avanti? Cosa fare di più?

Sinceramente, su questo versante si è provato di tutto, ma i risultati sono sempre stati poco incoraggianti. Il sorteggio garantisce un'adeguata selezione? Non sempre. In ogni caso, come si dice spesso, "fatta la legge, trovato l'inganno". Se non cambia l'atteggiamento, lo stile, la consapevolezza che premiare il merito non solo si può, ma si deve, le nuove regole non serviranno a nulla. Occorre, invece, che le facoltà e i dipartimenti scelgano la qualità, nella didattica e nella ricerca: serve assunzione di responsabilità del mondo accademico.

Si parla spesso di meritocrazia. Ma come si premia? Come coniugarla con un diritto allo studio spesso inadeguato, incapace di garantire adeguati finanziamenti e strutture alle attività di ricerca e didattica?

Occorre creare dei meccanismi virtuosi, premiando quei dipartimenti dove si registrano successi veri, tangibili, dimostrabili con alto livello di pubblicazioni e sulle graduatorie internazionali. Premiare il merito vuol dire, semplicemente, pagare di più quelle persone che giovano all'ambiente accademico nel quale operano, sia nella didattica che nella ricerca: quindi, adottare un sistema di incentivi che permetta, per esempio, ad un bravo ricercatore di essere sgravato da una mole eccessiva di didattica, ma venendo pagato comunque in maniera adeguata, permettendogli di fare al meglio ciò in cui eccelle. Diciamo le cose come stanno: le tasse universitarie sono basse. Se venissero mediamente innalzate, si potrebbero garantire servizi e diritti migliori a tutti, logicamente insieme ad un sistema di borse di studio che permetta davvero ai capaci e meritevoli di accedere ai gradi più elevati dell'istruzione.

Capitolo valutazione. Il lavoro di ricercatori e docenti deve essere valutato, su questo non ci piove. Ma come? Chi lo valuta? Come garantire imparzialità e terzietà?

Credo che la risposta sia solo una: inserire il nostro paese e il mondo accademico italiano nel circuito valutativo europeo e globale. Le valutazioni devono essere internazionali, chi fa ricerca deve guardare all'estero, aspettandosi di interloquire non solo con il suo orticello italiano, ma con la concorrenza esterna. Solo così si cresce, ci si sprovincializza, si lavora sulla qualità e si compete a livello globale. Restare attaccati al solo sistema italiano, oltre che sbagliato, è anche poco utile ed è soggetto alle tipiche manfrine poco edificanti che conosciamo bene (raccomandazioni, autoreferenzialità, conservatorismi). Possiamo solo beneficiare da una valutazione esterna e dal confronto con l'estero.

Uno sguardo all'attualità politica. Recentemente, i decreti legge 133 e 180 hanno toccato il mondo dell'università e della ricerca, provocando manifestazioni di piazza e vari giudizi di merito. Quali sono i punti che la convincono e su cosa, invece, si potrebbe fare di più?

E' vero che i decreti da lei citati non rappresentano una riforma strutturale del sistema accademico, ma solo un piano di tagli e ritocchi, ed è altrettanto vero che non bastano certo a migliorare la critica situazione dell'università italiana, però l'intento del Governo di mettere mano ad alcuni aspetti che non vanno è condivisibile. Serve riformare, serve combattere gli sprechi, serve fare qualcosa in breve tempo, dimostrando di voler investire in formazione e ricerca. Il punto è come: credo che puntare a un riordino complessivo sia impossibile, ci sono troppi interessi in ballo, tuttavia si possono individuare settori critici e circoscritti, come i dottorati di ricerca, e metterci mano per bene.

Vorremmo chiudere parlando del lavoro che sta coordinando a Tor Vergata. Quali sono gli elementi peculiari delle attività didattiche che dirige? Perchè l'uso della lingua inglese?

Nel nostro dipartime nto stiamo cercando di investire sulla qualità, sia nella didattica che nella ricerca. Puntiamo a una formazione di alto livello, che specializzi sul serio, di carattere pratico e meno storico e teorico, di cui l'uso dell'inglese è un tassello indispensabile: ci permette di internazionalizzare il nostro lavoro, ad attrarre giovani stranieri, a preparare i nostri studenti al confronto con l'estero e a risolvere i problemi concreti che si troveranno davanti nel mondo del lavoro.

(ha collaborato Francesco Formica)

 

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