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lunedì 21 settembre 2020

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La lotta alla deflazione: tra soldati solitari e lentezze poco perdonabili.

Il quasi azzeramento dei Fed Funds è una mossa storica da parte della Federal Reserve che aiuta a comprendere quando grave possa essere la situazione economica attuale. La minaccia della deflazione si sta infatti allargando a tutte le economie mondiali.

26.12.2008 - Raffaele Saggio



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Settimana fondamentale quella appena passata. Il 16 Dicembre la Federal Reserve ha infatti deciso di tagliare il tasso base sui Fed Funds Rate (tasso di interesse overnight al quale le banche americane possono prestarsi denaro)  portandolo ad un livello prossimo allo zero. 

Quali sono i motivi che hanno portato il presidente della Fed, Ben Bernanke, ha compiere una scelta che molti addetti ai lavori non hanno esitato a definire come “storica”? Ovviamente, dare una risposta a questa domanda non è cosa semplice. 

Ci concentreremo quindi su un aspetto peculiare che sembra però costituire un filo conduttore importante, utile ad analizzare le recenti mosse della Federal Reserve anche in chiave comparata. 

 

 

La Deflazione.

Procediamo con ordine. Appare evidente che la scelta del governatore Bernanke sia essenzialmente dovuta alla grave situazione in cui riversa l’economia americana. La maggior parte degli indicatori relativi al mercato del lavoro, ai consumi e alla produzione industriale hanno tutti fatto registrare forti diminuzioni. 

Il dato cruciale da osservare, tuttavia, è un altro. 

E’ infatti da due mesi che in America si registrano cali dei prezzi: prima, meno 1 per cento in ottobre, ora, meno 1,7 per cento in novembre.

Ma perchè questo dovrebbe essere un dato così negativo? Una simile diminuzione dovrebbe infatti costituire un sollievo per il consumatore americano, da sempre storico frequentatore di centri commerciali.

Il problema ha un nome ben preciso: deflazione. Quest’ultima può essere definita come un processo di riduzione generalizzata dei prezzi che, prima o poi, indurrebbe i consumatori a far slittare al futuro anziché all'oggi le tipiche visite al Wal-Mart locale. 

Certamente la deflazione, vista come semplice calo dei prezzi, conserva degli effetti benefici alzando il potere d’acquisto del consumatore. Ma questi effetti benefici sono circoscritti solamente al breve periodo. La chiave è nelle aspettative: se i consumatori cominceranno a rimandare sistematicamente i loro acquisti di beni durevoli,  allora le conseguenze per l’economia potrebbero rilevarsi estremamente negative.

Ed è proprio da questo meccanismo che nel lungo periodo, infatti, si innesta la spirale che porta alla recessione: le imprese, complice la diminuzione dei prezzi, vedranno diminuire le loro prospettive di profitto e finirebbero quindi per licenziare parte del proprio personale contribuendo in questo modo sia all’aumento disoccupazione sia ad un ulteriore allargamento della stessa spirale deflazionistica.

 

“L’elicottero di Bernanke” e la lotta alla deflazione.

Ecco quindi spiegato perchè oggi il tasso sui Fed Funds negli Stati Uniti è vicino allo zero. In questo modo si cerca di azzerare il costo del denaro ridando fiato sia a consumatori che investitori nel tentativo di allontanare i rischi dovuti alla deflazione.

Questi rischi sono chiari a Ben Bernake il quale sembra infatti ben consapevole (si veda l’ormai celebre “Helicopter Speech) delle pericolose somiglianze tra questa crisi e la grande depressione o, per fare un esempio più recente, alla recessione che ha colpito l’economia giapponese negli anni novanta e vittima ancora oggi dello spettro della deflazione. 

Il problema è che con questo intervento Bernake ha sostanzialmente esaurito le sue cartucce. In attesa del cambio alla Casa Bianca e quindi dello stimolo fiscale annunciato dal futuro presidente Obama, gli interventi di politica monetaria possibili per la Fed si sono ridotti al minimo, visto e considerato che i tassi non possono in alcun modo scendere sotto lo zero.

La palla è quindi in mano ai governi. Ma se tutto negli Stati Uniti rimarrà fermo almeno fino al 20 gennaio, data in cui Obama diventerà ufficialmente Presidente, l’Europa deve muoversi, e devo farlo in fretta. Combattere la deflazione significa fare in modo che le famiglie riprendano a consumare facilitando quindi l’assunzione da parte delle imprese. Lo strumento di politica economica che può raggiungere questo obiettivo è la politica fiscale. Occorre dunque una espansione fiscale che permetta di aumentare il reddito netto dei consumatori. Il tutto però stando particolarmente attenti ai vincoli di bilancio. Oggi i paesi in Europa che possono realmente “permettersi” una simile espansione, alla luce dei loro conti pubblici, sono i paesi scandinavi, Olanda, Belgio, Lussemburgo ma anche Germania, Spagna, Inghilterra e Irlanda. 

E l’Italia? I numeri parlano chiaro: con il 2,5% di deficit annuo e il debito pubblico più alto d’Europa è impossibile pensare a consistenti espansioni fiscali. 

Molto quindi dipenderà da cosa avverrà in Europa ed in particolare in Germania, principale cliente delle esportazioni Italiane. Se la signora Merkel scioglierà le sue riserve e permetterà una consistente espansione fiscale tale da invertire il trend di crescita del PIL della Germania allora le importazioni tedesche torneranno a crescere, creando così un canale importante per le esportazioni e la ripresa stessa dell’economia Italiana.

Ma le possibilità che questo avvenga rimangono molto basse. La Germania rimane l’economia Europea più virtuosa e quindi quella meno bisognosa di interventi fiscali. Inoltre, leggendo le recenti dichiarazioni rilasciate dal presidente Merkel, la volontà politica di portare avanti interventi che vanno contro l’obiettivo di parità di bilancio rimane molto bassa. E queste sono pessime notizie non solo per l’Italia ma per tutto il mondo, così bisognoso di uscire dalla crisi nel minor tempo possibile.

 

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