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domenica 29 marzo 2020

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Cosa (non) sta facendo Obama per rilanciare il commercio internazionale

I buoni propositi e le cattive intenzioni

15.03.2009 - Armonia Pierantozzi



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Che si voglia chiamarla recessione o depressione, che la si possa confrontare o meno con la crisi degli anni Trenta, che si dia la colpa alla finanza o al sistema in quanto tale, la crisi sta comunque erodendo l’economia reale, trascinandosi giù il commercio internazionale e la liberalizzazione dei mercati, che della globalizzazione sono stati il maggior successo.
Già a partire dalla crisi dei prezzi dei prodotti agro-alimentari del 2007 (ora rientrata) i paesi avevano iniziato a cercare l’autosufficienza, ad investire sulla capacità interna dello Stato di rispondere a necessità fondamentali dei suoi cittadini. Ci si era come improvvisamente accorti che alcuni settori strategici non potevano essere lasciati alla mercè di un mercato guidato da spinte privatistiche, e ci si iniziava ad interrogare sulla bontà, sull’eticità, sull’inevitabilità del libero mercato. La crisi finanziaria dell’anno successivo ha quindi confermato queste preoccupazioni, mettendo in luce, ancora una volta, che effettivamente qualcosa non funzionava.

Quando la crisi ha travolto l’economia reale, barriere tariffarie e non sono sembrate una facile risposta a questo fallimento della mano invisibile. Una risposta sbagliata, come ci insegna la storia economica. Durante la crisi del ’29, l’amministrazione Hoover, attraverso lo Smoot-Hawley Tariff Act, aumentò a livelli record (circa il 60%) le tariffe su oltre 20.000 beni importati. I risultati? La Grande Depressione e una riduzione del 66% del commercio mondiale tra il 1929 e il 1934; sarà solamennte col New Deal che gli Stati Uniti torneranno ad essere il traino dell’economia mondiale. Passano gli anni ma non cambiano le dinamiche, e infatti anche oggi buona parte delle sorti dell'economia mondiale dipendono dagli Stati Uniti, a cui si chiede di agire da grande protagonista della ripresa: perchè il dollaro rimane ancora la principale moneta di riferimento, perchè non c’è nessun altro paese od unione regionale capace di fare altrettanto.

I buoni propositi..

Il Recovery and Reinvestment Act, un pacchetto di stimoli da $787 miliardi, diventato legge il 17 febbraio scorso, doveva dare fiducia ai mercati finanziari, ai consumatori americani, agli investitori mondiali, e di qui a tutto il commercio internazionale. Del resto, gli obiettivi dichiarati da Obama in campagna elettorale in materia erano fare pressioni sulla World Trade Organization per rafforzare gli accordi commerciali e fermare i paesi da sleali sussidi agli esportatori e da barriere non tariffarie contro le esportazioni americane, perseguendo una politica commerciale di apertura verso i mercati stranieri, per supportare il lavoro interno. Quelli sì che erano buoni propositi.

..e le cattive intenzioni

Si rimane allora un po’ perplessi dalla sezione 1605 di questo pacchetto, la clausola “Buy American”, la quale stabilisce che nessuno dei fondi resi disponibili dall’Atto possa essere usato per progetti pubblici che non utilizzino esclusivamente ferro, acciaio e beni manufatturieri prodotti negli Stati Uniti. Clausola ammorbidita, all’ultimo punto, dalla rassicurazione che si dovrà comunque agire in maniera conforme agli obblighi degli Stati Uniti derivanti da accordi internazionali. Il Presidente ha voluto sottolineare: “Non voglio che dal pacchetto emerga un messaggio protezionista”. Però il sospetto di qualche cattiva intenzione rimane.

Da Obama ci si aspettava un convinto messaggio multilateralista, che ridesse forza agli scambi internazionali, per i quali la Banca Mondiale stima una contrazione nel 2009 del 2.1%. Anche in questo caso, l’attesa è stata fortemente disattesa.
Un tale atteggiamento protezionista, isolazionista, “internalista”, come lo si voglia chiamare, si giustifica facilmente su almeno due fronti: economicamente, perchè porta ad una veloce crescita della domanda interna; e  politicamente, perchè è più facile usare denaro pubblico a beneficio dei contribuenti piuttosto che a favore dell’economia globale. La correttezza di una decisione non è però quasi mai positivamente correlata alla sua facilità: si chiedeva all’uomo del “Yes, we can”, del cambiamento, del sogno americano, di prendere una decisione forte, di saper ridare all’America quel ruolo che solo lei (purtroppo?) oggi può ambire ad avere, e di togliere del tutto la dicitura “Buy American”, per difendere quel meccanismo di scambi internazionali che è stato vitale in questi decenni per gli stessi Stati Uniti. Peccato, un’altra occasione mancata.

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