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Il Piano che dovrebbe salvare la finanza degli Stati Uniti

19.04.2009 - Armonia Pierantozzi



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Dopo il Recovery and Reinvestment Act di febbraio, pacchetto di stimolo per il rilancio dell’economia reale attraverso politiche di domanda, il Financial Stability Plan si preoccupa ora del settore finanziario. Finalmente.


Il Piano Geithner (Segretario del Tesoro americano) ha l’obiettivo di stabilizzare il sistema bancario statunitense, per ridare fiducia al mercato, e di qui riavviare i flussi di credito verso aziende e persone.

Il punto centrale di questa strategia è la creazione di un fondo di investimento a partecipazione (molto)pubblica-(poco)privata, che mira a ripulire le banche dai legacy assets (titoli tossici).

Il meccanismo previsto è il seguente: lo Stato, insieme alla Federal Reserve (Fed) e al Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC), crea una partnership con il capitale privato. Lo Stato, oltre a partecipare per il 50%, offre forti incentivi, nella forma di credito agevolato, con una implicita garanzia su buona parte della restante metà. La società privata che interviene è responsabile unicamente delle perdite subite sul suo investimento iniziale, mentre il governo si accolla i restanti rischi. Il risultato è che i privati, mettendo $7 per ogni 100 di investimento, ottengono il 50% di qualsiasi guadagno, senza rischiare di perdere più di quei $7. Un affare, considerando che questi titoli sono al momento insolvibili, e che invece vengono venduti prendendo come benchmark il prezzo contabile.

La convinzione alla base dell’operazione, condivisa anche dal precedente segretario Henry Paulson (il cui piano era stato significativamente ribbattezzato “cash for trash”), è che i titoli tossici valgano molto di più di quanto oggi chiunque sia disposto a pagarli. L’idea è quindi quella di far competere in aste queste partneships, cosicchè sia il mercato stesso, con il suo know-how e grazie alla trasparenza garantita dalla competizione, a stabilire il “giusto” prezzo (che a questo punto non si capisce bene quale sia..). Si presuppone, insomma, che gli operatori privati, nonostante i bassissimi rischi di perdita a cui saranno esposti, rinuncino alle logiche speculative e all’alta propensione al rischio che li caratterizza, e che agiscano negli interessi del sistema.

I Rischi dietro l'angolo...


Le banche, per poter partecipare a questa operazione, dovrebbero poi rivelare a quanto ammonta effettivamente la loro esposizione, ossia il gap tra valore contabile e valore di mercato degli assets. Questa “rivelazione” significherebbe per alcune, forse per troppe, mettere bianco su nero lo stato di insolvenza, e quindi potrebbero preferire non partecipare; o, se lo facessero, potrebbe emergere, improvvisamente, una gravità di tutt’altro calibro (senza nulla togliere a quella della situazione attuale). Come hanno commentato Roubini e Richardson (1), “una volta affiorata la verità dei fatti [...] dovremmo iniziare a chiederci: ‘Perchè mantenere a galla banche insolventi?’. E dopo essercelo chiesto, dovremmo rivolgere i nostri pensieri a cercare le modalità con le quali gestire i derivanti rischi di sistema. In ogni caso, una volta che il piano sarà reso operativo nella sua interezza, entreremo in una nuova fase della crisi finanziaria. Speriamo soltanto, a quel punto, di scoprirci tutti abili nuotatori”.

Un terzo punto interessante è che il Piano è un bel regalo alle agenzie di rating. La Fed, infatti, si è impegnata a estendere credito a tassi di favore a chiunque compri i titoli garantiti dai nuovi prestiti, ma solo contro garanzia della tranche di titoli classificati AAA da almeno due delle tre agenzie di rating esistenti (Fitch, Moody’s e Standard & Poor’s). Considerando che, per valutare una emissione di 100 milioni di dollari, queste fanno pagare tra i 40 e i 120 mila dollari, se il Piano raggiungerà, come promesso, i mille miliardi, i ricavi ammonteranno a circa un miliardo. Un bel regalo alle tre sorelle, quelle che il giorno prima del fallimento di Lehman Brothers davano ancora una A ai prodotti finanziari del gruppo. Gli operatori al centro del processo di cartolarizzazione, dal canto loro, avendo una maggiore conoscenza del valore dei titoli che loro stessi hanno creato, beneficeranno ovviamente di questa asimmetria informativa. C’è quasi un po’ di rimpianto per i tempi in cui gli untori venivano messi al rogo...

Se, nonostante tutto ciò, il meccanismo dovesse funzionare, le banche sarebbero ripulite dai titoli tossici, e la donazione dei contribuenti (perchè di questo si tratta) potrebbe aver avuto un senso. Potrebbe, perchè anche in questo caso rimane il rischio che i timori per la situazione dell’economia reale frenino comunque le banche dal fare nuovi investimenti, mentre i consumatori vengono sottoposti ad una maggiore pressione fiscale per ripianare il debito creato da tutti questi pacchetti di stimolo.

Lo Scetticismo degli Economisti

Alcuni economisti però sono un po’ scettici sulle prospettive, nomi quali Prescott, Krugman, Stiglitz, Zingales.

Prescott (2): “Se [i titoli tossici] valgono meno di quanto suppone il piano, Geithner sta gettando nel vuoto una montagna di dollari dei contribuenti, ponendo le premesse per un indebitamento pubblico di lungo termine destinato ad essere pari a quello che affligge il vostro paese (n.a.: Italia)”

Krugman (3): “Il problema di questo piano è che non funzionerà. [...] i dirigenti del mondo finanziario si sono letteralmente giocati le loro banche scommettendo che non ci fosse alcuna bolla immobiliare [...]. Ebbene, hanno perso la scommessa, e nessun importo del gioco di prestigio finanziario che si ripropongono di fare adesso [...] potrà cambiare questo dato di fatto”.

Stiglitz (4): “[...] francamente ciò equivale a rapinare il popolo americano. Non penso che funzionerà, perchè credo vi sarà grande rabbia per aver messo così tanto le perdite sulle spalle dei contribuenti americani.”

Zingales (5) “[...] a guardar meglio si tratta di un enorme regalo a Wall Street. Di fatto il Tesoro sta sussidiando la creazione di hedge funds fortemente indebitati.[...] se i titoli tossici dovessero scendere, la rinegoziazione del debito è assicurata. Ci aspettiamo forse che uno stato che ha salvato Aig e tutte le banche non salvi anche gli hedge funds di sua creazione?”
E pensare che dal programma di Obama emergeva lo slogan del “togliere ai ricchi per dare ai poveri”.

Il neopresidente doveva intervenire in modo forte. Il Piano Geithner è stata una risposta necessaria, ed anche tempestiva, a poco più di due mesi dal suo insediamento. Ci si chiede ora se un’alternativa c’è, e se sì quale.

Lo Stato ha dimostrato di riporre ancora immensa fiducia nel mercato, mentre sarebbe preferibile che l’attore pubblico si garantisse un ruolo attivo nella gestione dei fondi, per creare un equlibrio tra risk management e competenza dei mercati.

Tentare poi di riavviare il sistema senza una riforma delle agenzie di rating è deleterio dal punto di vista del marketing politico, e allo stesso tempo pare dimostrare una forte, e a questo punto ingiustificabile, incomprensione sulle responsabilità di ciò che è avvenuto. E’ giusto infatti non scadere in processi sommari al mondo della finanza in quanto tale, ma non si può prescindere da capire quali siano stati i protagonisti che hanno consapevolemente innescato meccanismi perversi, perchè dei colpevoli ci devono pur essere stati, e le agenzie di rating vi rientrano a pieno titolo.

L’intervento ha ricevuto sicuramente più critiche che apprezzamenti, ma l’analisi qui condotta non vuole essere una denuncia a senso unico. Data la situazione, non esistevano ricette sicure o scelte uniformemente condivisibili. Critiche e scetticismo si sarebbero scagliate contro qualsiasi proposta, perchè la pressocchè totale incertezza della situazione dà adito a qualsiasi opinione. C’è chi sostiene che, pur con i suoi difetti, questa è l’unica strategia (o una delle possibili) per salvare il sistena bancario degli Stati Uniti, e di qui le economie americana e mondiale.
Attualmente non è comunque chiaro in quale fase di attuazione si trovi il Piano. Da più parti si sostiene che non potrà essere approvato dal Congresso se non con significative e sostanziali modifiche: se queste saranno tali da snaturare il Piano, questo discorso ovviamente cade.

Se Obama però, con questa proposta, ha messo in gioco la sua credibilità e il ruolo di cui si è investito durante la brillante campagna elettorale, forse era questa l’alternativa migliore. E anche se così fosse, non è detto che funzioni. Ed allora dovremo davvero dimostrarci abilissimi nuotatori.

Ringrazio il Prof. Andrea Iovane, titolare della cattedra di Economia Internazionale presso la Facoltà di Economia “Federico Caffè” - Terza Università degli Studi Roma Tre, per i suoi consigli.


(1) La Repubblica, 30 marzo 2009, Banche “pulite” le brutte sorprese dello Zio Tim, Matthew Richardson e Nouriel Roubini http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/03/30/banche-pulite-le-brutte-sorprese-dello-zio.html

(2) La Stampa, 24 marzo 2009, “Riforme zero. Obama? Un populista”, Intervista a Edward Prescott http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=43&ID_articolo=1195&ID_sezione=58&sezione=

(3) La Repubblica, 24 marzo 2009, Una scommessa impossibile, Paul Krugman http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/03/24/una-scommessa-impossibile.html

(4) http://www.cnbc.com/id/29848741

(5) Il Sole 24 ore, 24 marzo 2009, Il regalo (gradito) di Obama a Wall Street, Luigi Zingales http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2009/03/regalo-obama-wall-street.shtml

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