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mercoledì 26 giugno 2019

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La ricerca della sostenibilità

Rendere il regime “tecno-economico” adottato dall’umanità in qualche modo sostenibile a livello ambientale.

24.05.2009 - Pietro Parisella



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precede

INTRODUZIONE

PARTE PRIMA

 

Finora abbiamo considerato l'uomo indifferenziatamente, ma ben sappiamo che il percorso di affermazione dell'uomo sull'universo naturale è stato compiutamente intrapreso solo da alcune aree del pianeta, su cui vive il 15% cerca della popolazione totale. È bastato questo 15% degli esseri umani del pianeta per generare la corrente crisi ambientale; anche in presenza di un progresso tecnico e di un efficientamento in materia energetico-produttiva e dell'adozione di standard via via più elevati di riduzione delle emissioni e degli scarichi umani, l'estensione in atto al resto del pianeta del modello di produzione e consumo finora adottato da quella minoranza non è ragionevolmente sostenibile.

Il cuore del problema è quello di rendere il regime "tecno-economico" adottato dall'umanità in qualche modo sostenibile a livello ambientale. Ovvero mutare la "volontà di sfruttare e manipolare il mondo" della tecnica in volontà di preservare nel progresso umano il mondo attorno all'uomo, e la "insoddisfatta e indefinita volontà di profitto" attraverso la produzione e lo scambio di opere umane dell'economia in consapevole volontà di preservazione della ricchezza naturale non-riproducibile artificialmente. Riorientamento della tecnica, razionalizzazione dell'economia. Staremmo però chiedendo alla produzione ciò che è di per sé antitetico rispetto alla logica del profitto: aumentare i costi contabili. L'economia recepisce le evoluzioni della tecnica profittabili al livello del mercato senza toccare, se non marginalmente, il nocciolo del problema - l'esternalizzazione dei costi ambientali di produzione. Né le si può chiedere forse troppo di più: chi produce mira a minimizzare i costi di produzione, nei limiti entro cui ciò gli è concesso. Quello di elevare la razionalità del sistema economico in materia ambientale non può che essere dunque compito della politica, attraverso l'internalizzazione almeno parziale dei costi ambientali da parte dei produttori con misure quali ad esempio l'obbligo di adottare impianti di depurazione o provvedere a cicli di smaltimento controllato dei rifiuti tossici, e un sistema di incentivi/disincentivi al consumo e alla produzione.

D'altro canto gli incentivi, se male orientati, finiscono per essere controproducenti, in materia ambientale e di converso, introducendo distorsioni al funzionamento dei mercati loro destinatari, per il sistema economico stesso. Il mercato automobilistico offre un esempio paradigmatico di tutto ciò. I fantomatici eco-incentivi da anni erogati verso il settore auto in Occidente hanno avuto l'effetto positivo di accelerare il ricambio verso modelli meno inquinanti, ma hanno al tempo stesso fatto aumentare il totale delle vetture circolanti e pompato il mercato artificiosamente, predisponendo una crisi del settore per eccesso di offerta che è venuta al pettine con la corrente crisi economico-finanziaria generale. In termini ambientali, tali incentivi hanno ridotto il carico di emissioni inquinanti per vettura, ma non hanno intaccato sostanzialmente il monte emissioni complessivo per l'aumento dei veicoli circolanti, ed hanno aggiunto a questo carico ambientale quello aggiuntivo delle emissioni procurate dall'aumento della produzione (ricordiamo che, nel ciclo di produzione e vita di una autovettura, il primo momento grava in media per un 20-30% delle emissioni totali generate in totale dal veicolo). Laddove, poi, si sono protette categorie di veicoli inquinanti, l'effetto è stato ancor più deleterio, come coglie acutamente Federico Rampini in riferimento alla crisi di Ford, Gm e Chrysler che, puntando su Suv, pickup e grosse cilindrate, "reagivano a un sistema di incentivi che li spingeva in quella direzione. Perfino le regole anti-inquinamento sono state distorte, con eccezioni a favore ei Suv e dei pickup per esentarli dagli standard sulle emissioni carboniche e sui consumi" (la Repubblica, 12 maggio 2009). Inoltre, simili incentivi hanno nel complesso distorto l'allocazione delle risorse del settore a svantaggio dello sviluppo di innovativi motori ibridi ed elettrici, campi in cui Europa e America scontano un ritardo strategico e competitivo nei confronti rispettivamente di Giappone e Cina; un doppio smacco, dunque, per l'ambiente e per la competitività del settore auto in Occidente.

I casi di cattivi incentivi possono essere molteplici. Ad esempio, incentivare l'installazione di pannelli solari è positivo se premia soluzioni decentralizzate, potenzialmente controproducente se favorisce il passaggio di intere zone verdi a distese di pannelli solari. La ratio d'un intervento di incentivo al sistema economico-produttivo verso una maggiore sostenibilità ambientale deve essere al contrario organica, mirando ad accelerare il cambiamento tecnologico "verde" come a scoraggiare la produzione e il consumo mortiferi per l'ambiente, inducendo maggiore razionalità ambientale nell'una e nell'altra azione economica. Quali le azioni da incentivare? Si va dal riavvicinamento economico delle città alle campagne circostanti per ridurre i costi ambientali del trasporto e dell'imballaggio, ad un aumento della propensione al consumo di modelli di prodotti di maggiore durata (il che cozza frontalmente con la competitività tecnologica che prevale nei mercati più sviluppati, se non favorendo il passaggio di questa in direzione dell'eco-innovazione) o di minore impiego di materiali non riciclabili, ad una riduzione del consumo di carne nei paesi ricchi e ad un disincentivo all'utilizzo di fertilizzanti e insetticidi chimici in agricoltura. Esiste poi tutto un novero di ovvie misure che compete direttamente alle pubbliche amministrazioni, nel taglio dei loro consumi e spese inquinanti, nell'offerta di servizi di trasporto pubblico e di sistemi di riciclaggio dei rifiuti.

In Europa siamo discretamente all'avanguardia rispetto a tutto ciò. La grande sfida che ci attende a livello mondiale è quella di arrivare a standard comuni di alto profilo da applicare a livello multilaterale: superare il dumping ambientale attraverso un regime comune di regole, accompagnato da una disciplina temporanea derogatoria per i paesi in via sviluppo e dal trasferimento di tecnologia "verde" laddove questa non sia disponibile. Parte di una assunzione globale di responsabilità ambientale, finora attuata (e solo in parte) con il protocollo di Kyoto in materia di emissioni, questa azione multilaterale andrebbe affiancata da interventi diretti a salvaguardia delle ricchezze naturali in pericolo, quali le grandi foreste, i mari e gli oceani, attraverso la creazione di fondi internazionali a loro tutela. L'onere della prova è pesantissimo: arrestare l'espansione distruttiva delle attività di produzione e consumo umane e tentare in tal modo di scongiurare la riduzione dell'universo naturale a dominio omogenizzato, plastificato e cementificato dell'uomo.

 

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