Strict Standards: Only variables should be passed by reference in /web/htdocs/www.mpnews.it/home/archivio/config/routing.php on line 4
MP News | Archivio
collabora redazione chi siamo


sabato 28 marzo 2020

  • MP News
  • Attualità

I CDO e i derivati OTC: quale futuro?

08.11.2009 - Francesco Formica



APPUNTAMENTI - Al via il IV Salone dell'Editoria Sociale

Dal 18 al 21 ottobre negli spazi di Porta Futuro di Roma
Leggi l'articolo

INCONTRI METROPOLITANI #8

Storie, confidenze, personaggi in Città
Leggi l'articolo

E’ condivisibile da tutti che la profonda crisi economica che il mondo intero sta attraversando ha radici prettamente finanziarie. Naturale conseguenza di ciò, si discute da tempo sempre più dettagliatamente della necessità di una “riforma della finanza”. Da una parte, le nuove regole dovranno riguardare il comportamento degli intermediari finanziari: definendone in maniera più stringente gli obiettivi nonché gli obblighi verso la società, si dovrà cercare di riportarli all’essenza del loro ruolo, quello di sostenere e supportare l’economia reale attraverso l’offerta di servizi finanziari e di credito alle imprese. Dall’altra parte, la riforma dovrà interessare i mercati finanziari, in particolare lì dove la gestione “over the counter” (OTC), cioè al di fuori di un mercato regolamentato, si è rivelata fallimentare e pericolosa, tanto da mettere in pericolo la sopravvivenza dell’intero sistema.

Il mercato dei derivati OTC

Il mercato dei derivati OTC è quasi due volte più grande di quello regolamentato e muove somme di denaro inimmaginabili. La crescita del mercato nell’ultimo decennio è stata vertiginosa: si stima che il valore di questi strumenti alla fine degli anni ’90 era poco più di 80 trilioni di dollari e che attualmente si aggiri intorno ai 684 trilioni di dollari (stima della Bank for International Settlements a Giugno 2008). Per comprenderne l’ordine di grandezza, basti pensare che il Prodotto Interno Lordo della più grande economia mondiale, gli Stati Uniti, è stato di 14,4 trilioni di dollari nel 2008, cioè una somma 50 volte più piccola. Tra questi derivati, i più negoziati sono di gran lunga gli Swap su tassi di interesse, ma hanno un ruolo rilevante anche i CDS (Credit Default Swap) e i derivati su tassi di cambio e materie prime.  Più di 2 trilioni di dollari sono impiegati in CDO (Collateralized Debt Obligation). 

Cosa sono i CDO? Come hanno minacciato il Sistema?

Si è parlato molto negli ultimi due anni di questi strumenti derivati e in molti hanno individuato proprio nei CDO uno dei principali colpevoli della crisi dei mutui subprime.

In breve, i CDO sono dei titoli cartolarizzati il cui valore e i pagamenti che originano nel tempo sono legati a un portafoglio di fixed income assets, cioè di titoli a reddito fisso che prevedono il pagamento di determinate somme a certe scadenze. Possono avere come sottostante prestiti bancari, tra cui mutui, oppure bond o altri prodotti strutturati come ad esempio altri CDO (in quest’ultimo caso si parla di CDO “al quadrato”). Presentano almeno quattro grandi vantaggi per chi li emette, in genere banche d’investimento:

1. Consentono di “pulire” il bilancio dagli asset posti a sottostante, facendo aumentare indicatori di redditività come il ROA (Returns on Assets) e diminuendo gli obblighi di capitale imposti dall’accordo     di Basilea 2, essendo calcolati come una quota del capitale societario;
2. Permettono di trasferire il rischio legato agli asset ad altri soggetti, gli investitori;
3. Consentono di fare immediatamente cassa;
4. Prevedono alte commissioni nelle varie fasi organizzative coinvolte nelle operazioni.

La maggior parte di questi CDO aveva a garanzia gli ormai famosi mutui “subprime”, mutui di scarsa qualità che a seguito del crollo del mercato immobiliare americano hanno iniziato ad andare in default facendo crollare il valore dei CDO sparsi per il mondo. Ma perchè ebbero tanto successo? Semplice, erano molto profittevoli per chi li emetteva date le alte commissioni, ed offrivano agli investitori ritorni incredibilmente più alti rispetto a strumenti con pari rating, anche 2-3% in più rispetto a un corporate bond con medesimo giudizio. Una chiara violazione dei più banali principi di rischio-rendimento (vedasi il modello CAPM) secondo cui a rendimenti più alti devono corrispondere rischi più alti. La loro presenza nei bilanci di pressocchè tutte le banche sparse per il mondo (ma anche fondi pensione) e la loro complessa struttura a “scatola cinese” rendeva impossibile determinare la reale esposizione dei possessori al rischio di default del sottostante. Nel caso dei mutui inoltre, la bolla sul mercato immobiliare e la forte espansione del credito distorceva una possibile valutazione dei rischi, tanto che molte tranche di CDO poi andate in default avevano ricevuto un rating tripla A (cioè la stessa possibilità di fallimento degli Stati Uniti) dalle principali agenzie. Poi lo scoppio della bolla, i prezzi delle case in picchiata e i primi default fecero crollare il castello di sabbia. Le forti svalutazioni subite da questi strumenti causarono ingenti perdite che si diffusero da banca a banca in una sorta di effetto domino: il rischio sistemico si era chiaramente manifestato.

Proposte di riforma

L’esistenza futura di questi strumenti finanziari e di un loro mercato dipenderà da quali misure verranno prese dalle autorità di ciascun Paese al fine di ridurre il rischio sistemico di cui questi prodotti sono portatori e ripristinare la fiducia degli investitori. Molte proposte concrete sono state fatte e sono in via d’approvazione, prima fra tutti quella della “House financial services committee” statunitense riguardante la regolamentazione dei derivati OTC “standardizzati”, tra cui però non rientrano i CDO. Questa consiste nella creazione di apposite piattaforme regolamentate e centralizzate in cui negoziare prodotti derivati standardizzati che fino ad ora sono stati negoziati OTC. Tra gli  strumenti interessati dalla riforma rientrano i CDS, titoli in cui una parte vende ad un’ altra un’assicurazione sulla possibilità di fallimento di un’azienda o di un Paese. Si tratta di un provvedimento importante, che ridurrà notevolmente il rischio di controparte in questo tipo di transazioni grazie alla presenza di un regolatore centrale, la cosiddetta “Clearing House”, a cui le parti sono tenute a versare dei margini di liquidità a garanzia della loro solvibilità. Gli scettici dicono che questo porterà alla morte di questi mercati perche diventerà molto più costoso per i partecipanti al mercato utilizzare questi strumenti. Se questi prodotti rispondono veramente a delle esigenze di mercato, il loro mercato continuerà ad esistere così come da molti anni funzionano i mercati regolamentati di futures finanziari e commodities. Semplicemente, le nuove regole consentiranno di riportare questi strumenti al loro prezzo “reale”. Fino ad ora infatti, questi prodotti hanno avuto prezzi bassi ed alti ritorni perchè in realtà parte del costo è stato pagato implicitamente dai cittadini contribuenti sotto forma di salvataggi pubblici e aiuti statali al sistema. E’ tempo quindi di riallineare i prezzi al loro “vero” costo, inteso anche come costo sociale. Sono al vaglio alcune modifiche per evitare di penalizzare eccessivamente quelle aziende che sono puramente “utilizzatori finali” di derivati, quali ad esempio compagnie aeree e petrolifere, che ricorrono in maniera routinaria a questi prodotti derivati ai fini di copertura dai rischi senza rappresentare una seria minaccia per il sistema. In questo caso il versamento di ingenti risorse liquide alla controparte centrale potrebbe rilevarsi un costo non necessario per le aziende coinvolte.

“Buchi” regolamentari e prospettive future

Il problema è che la negoziazione di altri strumenti derivati come i CDO non può avvenire all’interno di un sistema regolamentato per via della loro natura non-standardizzata, trattandosi di strumenti altamente “customizzati”. Il rischio sistemico che questi prodotti infondono è comunque notevole e và ridotto in qualche maniera. La soluzione a questo problema risiede secondo molti economisti, tra cui il premio Nobel 2003 Robert Engle, nella promozione di un concetto chiave nell’economia: trasparenza ed informazione. Il semplice rendere pubblica ogni transazione avente ad oggetto questi strumenti, ad esempio pubblicando su un apposito sito internet l’avvenuta transazione e le informazioni riguardanti i partecipanti entro un certo tempo dall’esecuzione del contratto, consentirebbe al mercato stesso di autoregolarsi. Questo sistema è già richiesto dalla National Association of Securities Dealers per i corporate bond negoziati OTC.

Con le informazioni rese pubbliche sarebbe possibile valutare meglio il rischio di controparte controllando e monitorando le transazioni degli altri attori del mercato. Anche le garanzie (i margini) da stabilire in ciascuna negoziazione verrebbero determinati in maniera più consapevole e informata. Infatti il rischio che la mia controparte non riesca ad assolvere il proprio impegno con me, dipende in maniera diretta dagli altri rischi che questa assume con gli altri. Ad esempio l’assunzione di un rischio molto alto con altre parti potrebbe pregiudicare la sua capacità di far fronte all’impegno preso precedentemente con me. La trasparenza in tutte le negoziazioni di derivati OTC renderebbe quindi più difficile incorrere in pericolosi mis-pricing e incentiverebbe gli attori economici a non assumere rischi troppo elevati per evitare di venir eccessivamente penalizzati dal mercato. E’ chiaro come il rischio sistemico collegato a questi strumenti verrebbe drasticamente ridotto. Se questi derivati non-standardizzati non venissero regolametati in alcun modo, l’innovazione finanziaria porterebbe alla creazione di strumenti non-standardizzati costruiti ad hoc ed in grado di sostituirsi perfettamente a quelli standardizzati solo per sfuggire agli obblighi di capitale imposti nei mercati regolamentati. Con l’istituzione di un sistema a massima trasparenza anche questa eventualità verrebbe scongiurata.

Con quella che possiamo chiamare “riforma della trasparenza”, il rischio di crisi finanziarie future verrebbe notevolmente ridotto ed anche la finanza più “esotica” e vituperata si riconcilierebbe con la società. 

 

BlinkListDiggFacebookFurlGoogleLinkedInLiveMySpaceNetscapeNetvibesNewsVineOk NotiziePliggPliggaloPostanotiziePrintRankaloSegnaloStumbleUponTechnoratiTechnotizieTwitterYahooBuzzdel.icio.usemailfainformazione.it

Commenti

Per poter lasciare un commento devi prima effettuare il login o registrarti al sito.