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sabato 22 febbraio 2020

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Microcredito e riscatto sociale, dall’Afghanistan all’Italia

Intervista al presidente di Pangea Onlus

17.01.2010 - Alessio De Laurentiis



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Il prestito è l’ultima delle nostre preoccupazioni. Non ci sono mezze misure nelle parole del presidente di Pangea Onlus, Luca Lo Presti. Attiva in diversi paesi del terzo mondo, con piani strutturati di aiuto alle donne vittime di violenza, sostegno alla famiglia e contributi economici, l’organizzazione, nata nel 2002, si appresta a replicare anche in Italia i suoi progetti. “Voglio sia chiaro da subito. Per noi, quel che conta è il progetto di vita delle persone che vengono da noi a chiederci aiuto. Ci occupiamo di fornire prima di tutto una rete sociale, che permetta alle donne che hanno avuto difficoltà dalla vita di ritrovare la loro strada. Certo, questa passa per il denaro, perché è anche quello che dà sicurezza, ma non si ferma a questo, e non è questo il nostro obiettivo. Noi vogliamo restituire dignità a donne vittime di violenza, persone che hanno bisogno di tornare a credere in se stesse” . Rispetto a quello che chiama il metodo Yunus, il fondatore di Pangea si pone in un’altra prospettiva: non una banca dei poveri, non un aiuto finanziario, ma un aiuto che non può prescindere da un progetto di vita. 

 

Un roseto alle porte di Kabul

“Nelle nostre esperienze in Afghanistan abbiamo messo a punto un modello. Il primo dei nostri prestiti serve alle donne a tirarsi fuori dalla miseria, è di puro sostentamento. Sono persone che non guardano al domani, perché non riescono ad alzare i loro occhi dalla contingenza dell’oggi. Non possono pensare all’istruzione dei loro figli, perché non sanno neanche se potranno sfamarli la sera. Per questo il primo prestito è importante, imposta un percorso. Il secondo, sempre a cadenza annuale, è importante perché permette loro di creare un progetto, una piccola impresa. In Afghanistan dire impresa vuol dire mettere semplicemente delle merci su un carretto e venderle. Il terzo credito è quello che permette alle donne, e quindi alle famiglie, di tirarsi definitivamente fuori dalla miseria. Per me, la vittoria più bella è stata tornare in Afghanistan e vedere le donne piantare le rose. In mezzo al deserto piantare dei fiori vuol dire aver bisogno di vedere intorno a sé del bello. Vuol dire essere finalmente usciti dall’emergenza continua e quotidiana, e piantare delle basi per un futuro migliore” . In Afghanistan il progetto Jamila è partito nel 2007 e sono già oltre 1100 le donne che ne hanno beneficiato. 

In Italia

Incontriamo Pangea Onlus in un momento in cui la ONG sta definendo le partnerships economiche e relazionali che permetteranno a progetti simili di partire anche in Italia. “Stiamo per partire. E’ quasi sicura la partecipazione finanziaria della Vodafone Foundation. Abbiamo provato a coinvolgere banche che si dicono etiche, ma non condividevamo alcuni punti della loro politica economica. Al momento credo che sarà proficua la collaborazione con Banca Prossima, un ramo di Banca Intesa”. Per sostenere i progetti, paradossalmente, il prestito è la voce che conta meno nel bilancio dell’associazione. La rete, formata da professionisti, psicologi, consulenti, è la voce a bilancio che occupa la parte preponderante: “Non potrebbe essere altrimenti. Senza questa rete, il prestito cadrebbe in un vuoto senza progetti, e guida. Non posso chiedere di fare del volontariato a persone che occupano un ruolo così importante. E’ giusto che siano retribuiti, perché senza di loro ci sarebbero difficoltà di accesso al credito, anche solo per accompagnare le donne in difficoltà in banca a parlare con il funzionario di turno. La nostra rete, il nostro modello funziona. Lo abbiamo testato su campi difficili, nel terzo mondo. Proporremo lo stesso modello in Italia, dove certamente le condizioni sono diverse, ma ci sono anche istituzioni che possono aiutarci. Stiamo definendo una collaborazione con Confindustria, i centri d’ascolto ci segnaleranno le persone in difficoltà”. Una sorta di banca che ti dà una pacca sulla spalla, per dirla con le parole del presidente. Un progetto che dovrebbe costare 300 mila euro per i primi tre anni di vita.

Tutto nasce da una domanda: perché questa situazione? Perché questi problemi? E’ rispondendo a questo che si costruisce un progetto.

Secondo i dati Istat, in Italia sono 6 milioni e 743 mila le donne vittime di violenze fisiche, sessuali, psicologiche ed economiche (secondo dati del 2006, diffusi nel 2009)

I centri d’ascolto ed il microcredito

Il progetto, in collaborazione con quattro centri antiviolenza in tutta Italia, l’Associazione Biblioteca delle Donne Melusine de L’Aquila, la Cooperativa Sociale Cerchi d’Acqua Onlus di Milano, il Centro Donna Lilith di Latina e la Cooperativa Sociale W.I.N, di Caserta, è volto  principalmente ad offrire alle donne che vogliono uscire da propri vissuti di violenza una serie di servizi che mirano all’accoglienza, alla riabilitazione psicologica, all’assistenza legale, all’inserimento nella vita sociale e nel mondo del lavoro e al supporto nel recupero del rapporto con i figli. Spesso sono loro infatti a risentire della perdita di autostima della madre; e sono sempre loro a sopportare il trauma della violenza. C’è la consulenza legale, il sostegno psicologico individuale ed in gruppo, sostegni ai gruppi di auto, supporto per il costo dei corsi di formazione professionale. I microcrediti saranno destinati inizialmente alle donne che stanno completando o hanno completato un percorso di riabilitazione psicologica e sociale presso i centri antiviolenza con i quali Fondazione Pangea collabora, e andranno a sostenere progetti di microimprese al femminile. 

Tutto questo in un paese, l’Italia, dove il concetto di banca etica si scontra ancora con i canoni degli istituti bancari e finanziari che considerano la categoria delle donne “non bancabile”, poiché offre minori garanzie di restituzione del prestito. 

 

Foto di Alberto Giuliani

 

 

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