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Quando si lascia l’asfalto…

05.02.2010 - Pierluigi Conzo



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Quando si abbandona la strada asfaltata per raggiungere l’interno di un quartiere si compie un salto in un mondo completamente diverso. Da un’immagine di quartiere in via di sviluppo si arriva a quella di una fatiscente baraccopoli, dove per le strade infangate regna un silenzio da coprifuoco; dove un uomo e un ragazzino martellano un rottame di auto per rivenderne il metallo e alcune donne stendono i panni tra un albero e l’altro.

A Santa Brigida, quartiere di San Miguel in provincia di Buenos Aires, quando si lascia l’asfalto ci si ritrova dinanzi tante piccole baracche di mattoni, lamine, e – per i più ricchi – cemento. Piccole “villette” con un giardino che ospitano una media di almeno tre cani per famiglia: di qui il nome villas, quasi un eufemismo argentino per indicare le sobrie costruzioni di chi si è ritrovato da un momento all’altro senza niente ed ha deciso di occupare un terreno e cominciare da zero.

Come Elisa e suo marito. Neanche trent’anni e già segnati da una vita di sacrifici e stenti per arrivare oggi a vivere alla giornata con due bambini piccoli in una casetta di mattoni con latrina in costruzione. La loro storia comincia quando lui raccoglie gli unici risparmi di una vita per investirli nell’acquisto di una casa per la sua giovane moglie incinta del primo bambino. Paga un anticipo dell’80% alla padrona e comincia a ristrutturare quasi tutta l’abitazione ma alla fine la padrona cambia idea e si tiene la casa e la caparra.
I due sarebbero rimasti per strada se lui non avesse chiesto alla suocera una piccola parte del suo terreno, dietro la sua casa, per ricominciare da zero e costruire le fondamenta. 

Così, mattone su mattone, i due riescono a costruire la loro casa; il tetto, tuttavia, è sempre stato un optional. Hanno cominciato con lamiere di metallo, ma pioveva e faceva freddo; quando il governo ha regalato i primi tetti di legno agli occupanti delle villas, loro non erano in casa e chi è arrivato per primo ha preso tutto. Oggi hanno un tetto di legno, ma – non essendo impermeabilizzato – lascia cadere in casa la pioggia.

La vita della giovane coppia è una lotta quotidiana per riuscire a portare a casa qualcosa da mangiare ai loro due bambini (dieci e quattro anni). Mi raccontano con orgoglio che sono sempre stati molto dediti al lavoro. Lei prepara pane e altri dolci, mentre lui carica l’auto e cerca di rivenderli. Tuttavia ora l’auto è rotta e ci vogliono troppi soldi per aggiustarla; per questo il giovane marito ha deciso di provare ad aggiustarla con le proprie mani: è da quattro giorni che cerca di smontare e rimontare il volante. Non ha mai riparato un’auto, mi spiega, ma bisogna imparare a fare di tutto. 

Il loro capitale consiste in una piccola bilancia, un forno a gas da cucina e pochi altri utensili; il tutto nel loro piccolo soggiorno/ingresso/cucina. Mi dice Elisa che se avesse un forno grande come quello dei panettieri, riuscirebbe a produrre molto di più: quella sarebbe la chiave per l’espansione del loro microimprendimento; quella sarebbe l’opportunità che gli permetterebbe di poter dar da mangiare asado ai propri bambini almeno una volta a settimana. 

Per comprare qualche materia prima e qualche utensile sono costretti a chiedere costantemente prestiti agli usurai della zona, che richiedono pagamento quotidiano e interessi altissimi (30-40%). Mi dicono che è davvero una brutta sensazione quando per una giornata di lavoro riescono a guadagnare qualcosina ma sono costretti a pagarne la metà agli usurai. 


Penso alla loro precarietà e mi vengono in mente le coppie di giovani precari che in Italia non riescono ad arrivare a fine mese e lottano ogni giorno per costruirsi una famiglia come quella dei loro genitori. Vedo come nonostante tutte le loro sventure i due giovani riescano a guardare avanti: la loro misera vita è piena della semplice gioia di poter stare sotto lo stesso tetto e colorata dalla vivacità dei loro figli.

Quando si lascia l’asfalto, c’è precarietà e povertà nascosta. C’è la lotta per la sopravvivenza e l’ansia per il giorno successivo. C’è la sfiducia nelle istituzioni e la paura del vicino. C’è l’amarezza di chi è stato costretto a perdere la fiducia a causa delle innumerevoli delusioni della vita. Ma c’è soprattutto tanta voglia di combattere, di arrivare al giorno successivo da vincitori e non da vittime. C’è tanto orgoglio e voglia di investire in se stessi.

A Santa Brigida, come in tanti slums del mondo, c’è voglia di vivere…nonostante.
 

San Miguel (Buenos Aires)
01/08/09
 

 

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