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domenica 20 ottobre 2019

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C’erano una volta le politiche giovanili in Italia

11.02.2010 - Lorenzo Biondi



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Prendete un tema cruciale per lo «svecchiamento» del sistema-Italia, buttatelo nel mezzo di una campagna elettorale, e otterrete un dibattito surreale e poco produttivo. Peccato, non è la prima volta che succede. 

Incentivi ai giovani per uscire di casa, studiare o aprire un’azienda: la proposta di Renato Brunetta, ministro dell’Innovazione, contiene un’idea serissima e da non sottovalutare. Ora varrebbe la pena di trasformare l’annuncio elettorale in proposta politica.

Una storia vecchia: la riforma dell’università. 

La colpa non è solo del Ministro: per riforme come quella del welfare ci vogliono anni di lavoro, non poche settimane. Pensate alla riforma del sistema universitario: tutto iniziò nel 1997, quando Luigi Berlinguer era ministro della Pubblica Istruzione. Tredici anni dopo si cerca ancora di trovare il modo di rendere efficiente il sistema del 3+2.

L’idea di base era la stessa: permettere ai giovani italiani di entrare nel mercato del lavoro alla stessa età dei loro concorrenti europei. Da una buona idea però si arrivò ad una cattiva legge. Quasi ovunque, in Europa, esiste una laurea - triennale e completa - a cui possono seguire dei master, generalmente di un anno. Il nuovo sistema italiano creò una «mezza» laurea, la triennale, che metà degli studenti (e la quasi totalità dei datori di lavoro) tuttora considera incompleta.

Risultato: da un lato la riforma ha ottenuto il successo di ridurre drasticamente il numero degli studenti che si laureano fuori corso (dal 90% del 2001 al 60% del 2008). Dall’altro però la durata dei corsi - nella maggior parte dei casi - si è allungata da 4 a 5 anni, così che l’età media di laurea è scesa di poco (da 28 a 27 anni).

Contra bambocciones. 

Secondo dati Eurostudent, nel 2009 l’Italia aveva la percentuale più alta in Europa di studenti che vivono nella casa dei propri genitori (il 73%) e il minor numero di universitari impegnati in relazioni sentimentali a lungo termine (un incredibile 6%). L’Italiano medio inizia a progettare la propria vita «adulta» solo quando supera la soglia dei 30 anni.

Il problema non è solo culturale. Mantenuti dai genitori e senza una famiglia a carico, gli studenti italiani non hanno nessun incentivo a completare in tempo i loro studi; entrano nel mercato del lavoro dopo i loro coetanei europei, e di conseguenza iniziano a produrre ricchezza più tardi. Hanno il primo figlio in età più avanzata (riducendo anche il numero di bambini per nucleo familiare), contribuendo all’invecchiamento della popolazione e appesantendo un sistema di previdenza pubblica sbilanciato sulle pensioni.

Il ministro Brunetta ha parlato di incentivi per i giovani fino ad un massimo di 500 euro mensili, erogati sotto forma di borse di studio, sussidi all’impresa e contributi al pagamento dell’affitto. Il modello è la Spagna: lì i ragazzi in età compresa tra i 22 e i 30 anni e con reddito annuo inferiore a 22 mila euro lordi possono ottenere un sussidio di 210 euro mensili per il pagamento dell’affitto, fino ad un massimo di 4 anni. Dal gennaio 2008, quando il «Reddito di Emancipazione» è stato istituito, 167 mila spagnoli  hanno ottenuto i benefici, per un esborso complessivo di 400 milioni di euro da parte delle casse dello Stato.

Dare i numeri.

Ecco il problema: i soldi. Per il ministro Brunetta basterebbe imporre un giro di vite sulle «pensioni d’oro» e i finti invalidi. Ma certo nessuno oserà toccare le pensioni in campagna elettorale. I sindacati - ormai la principale «lobby» dei pensionati d’Italia - solo a sentirne parlare sono insorti.

Secondo il quotidiano La Stampa in Italia un sussidio di 200 euro mensili per l’affitto costerebbe 2,5 miliardi di euro all’anno. Anche questa forse è un’esagerazione. Intanto però dal ministero non è stata presentata neppure un’ipotesi sulle risorse necessarie e disponibili.

Una riforma complessiva del welfare, che spenda i soldi dello Stato in modo più efficiente, è essenziale e possibile. Ma le proposte urlate - che magari possono aiutare in campagna elettorale - servono poco quando si tratta di scrivere una buona legge.

 

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