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giovedì 06 agosto 2020

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I bamboccioni pensano. I bamboccioni discutono

Discussione alla luce della recente proposta del Ministro Brunetta di fornire una dote di 500€ ai giovani

21.02.2010 - Raffaele Saggio



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by Arianna Visani

 

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Raffaele Saggio (Università degli Studi di Tor Vergata): I bamboccioni pensano. I bamboccioni discutono.

Per un attimo, ci avevamo creduto.

Sembrava infatti che la politica Italiana si fosse svegliata dal suo stato di semi-paralisi, riuscendo a proporre un intervento di policy reale, capace di sostenere proprio noi, i tanto discussi "giovani".

Era semplicemente troppo bello per essere vero.

La proposta del Ministro Brunetta dei 500€ per fermare il fenomeno dei bamboccioni appare, infatti, più una provocazione mediatica che una proposta concreta di politica economica. Eppure a Brunetta va il merito di aver fatto luce su un problema fondamentale del nostro paese. Un problema che ci coinvolge da vicino, i cui effetti si manifestano continuamente nelle nostre vite: università, lavoro, famiglia. 

E' il modello sociale Italiano. Un modello che sembra fare tutto tranne aiutare e  premiare i giovani più meritevoli. 

La nostra rubrica ha voluto quindi raccogliere gli interventi dei diritti interessati, questi tanto discussi giovani, colpiti direttamente dal ritardo viscerale della società italiana che ne paralizza la dinamicità e le prospettive future.

E' davvero solo propaganda quella del Ministro Brunetta? Siamo un Paese destinato al declino? C'è possibilità di riprendersi? Da dove ripartire? Quale può essere un provvedimento da prendere nell'immediato per aiutare i giovani, seguendo magari l'esperienza di altri paesi?

Questi sono i tanti temi sul piatto. 

A voi la parola.

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Economisti Invisibili: I Nostri due penny sulla proposta di Brunetta

Partiamo dall’assunto che le proposte del ministro Brunetta siano “baggianate” elettorali, dette per provocare e richiamare l’attenzione, e che esse non avranno mai alcun seguito. Nonostante ciò, per portare un contributo alla discussione, volevamo richiamare l’attenzione su una prassi comune nei Paesi del Nord Europa che per certi versi si sovrappone alla proposta del ministro. In molte di queste Nazioni viene effettivamente erogata una tipologia di contributo indipendente dal reddito dello studente; questo beneficio non viene però elargito in maniera indiscriminata, ma riguarda quegli studenti che si impegnano direttamente in attività extracurriculari di rilievo. 

Ad esempio facendo parte di associazioni studentesche riconosciute che organizzano conferenze, seminari e altri eventi di scambio culturale o di organizzazioni sociali di volontariato che operano in congiunzione con l’università. Questi studenti offrono alla comunità dei servizi che difficilmente riescono a essere soddisfatti dalle strutture universitarie interne, sia per le limitate risorse che per la scarsa comprensione e conoscenza degli interessi degli studenti. In questo senso, l’erogazione dell’incentivo è economicamente efficiente.

Volevamo inoltre ricordare che in questi stessi Paesi il problema dell’emancipazione giovanile si pone a malapena, in quanto le politiche abitative scolastiche e il mercato del lavoro più flessibile (ma non precario) consentono ai ragazzi di lasciare sin da giovani il tetto familiare.

Parlando in maniera generale, crediamo però che l’attuazione di simili proposte nel nostro Paese potrebbe essere difficile: sorgerebbero problemi di screening nel decidere e stabilire quali studenti avrebbero diritto al contributo. Il clientelarismo porterebbe presumibilmente a distorsioni nell’allocazione dei fondi. La paura di ciò non deve però essere sufficiente ad arrestare l’impeto innovatore e riformista.

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Claudia Cerrone (UCL): I tanti perchè di una fuga all'estero. 

Sono uno dei tanti cervelli italiani in fuga. In fuga da un paese che mortifica l’istruzione e la ricerca, che priva i migliori della dignità professionale che meritano, che galleggia nell’ossequio e nel compiacimento dei potenti. Un paese che non conosce giustizia, né meritocrazia; un paese che puntualmente sceglie lo status quo. Un paese nel quale non vorrei che i miei figli crescessero.

 Il sistema universitario italiano è assurdo, lontanissimo (tranne rarissime eccezioni) dagli standard europei e afflitto da molteplici “mali”. Per citarne uno (che ritengo particolarmente emblematico dell’assenza di meritocrazia e della distanza dagli standard universitari europei), le cattedre a vita, che preservano i docenti da ogni valutazione e impediscono il ricambio generazionale. 

Studiare all’estero è stata una rinascita dal punto di vista accademico e umano. E più volte mi sono chiesta perché il mio paese non sia neppure in grado di imitare tutto questo.

Cosa è accaduto in Italia durante questi miei primi mesi di “fuga”? Il maggiore quotidiano economico italiano ha conferito a Tremonti il premio di uomo dell’anno nell’economia italiana. Ho appreso con desolazione la notizia di concorsi manipolati nell’università in cui ho studiato per anni (Roma Tre). Ed ora lo proposta senza fondamenta di Brunetta. L'idea di "combattere" il fenomeno dei bamboccioni è condivisibile, ma la forma di finanziamento proposta è a mio avviso del tutto irragionevole, soprattutto in un paese come l'Italia e soprattutto in questo momento. Perché non finanziare i bamboccioni riducendo gli sprechi nella spesa pubblica, o l’evasione fiscale?

Concludo citando la lettera di Celli, che io, a differenza di Boeri, ho trovato commovente e pienamente condivisibile: “Questo paese non è più un paese in cui sia possibile stare con orgoglio”.

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Massimiliano Vatiero (Università degli Studi di Siena): Gli strumenti per cambiare la situazione ci sono. Ma occorre renderli effettivi.

Penso che possa essere utile riproporre alcune considerazioni emerse dal dibattito, precedente alla proposta del Ministro, sul blog del Dipartimento di Economia Politica di Siena a seguito di un post di Filippo Belloc:
1) al crescere della ricchezza familiare diminuisce la probabilità di abbandono della famiglia d’origine perchè certi beni "di lusso" possono essere usufruiti solo se resti in casa con i genitori. E invece, se la famiglia è relativamente povera, la permanenza in famiglia è meno conveniente per i figli. 
2) la permanenza nella famiglia di origine non è dovuta a un fatto culturale ma principalmente a una questione di reddito.
3) il 91% dei figli di operai e impiegati sono anch’essi operai e impiegati.

Ora io credo che non ci sia niente di inventare. Gli strumenti per agevolare l'uscita dei giovani dal tetto familiare ci sono già, ma andrebbero resi effettivi (oltre che finanziati): borse di studio, prestiti d'onore, incentivi per autoimprenditorialità o simili, sono previsti anche oggi. Di certo, io penso, servono più fondi per rafforzare questi strumenti, ma soprattutto servono meccanismi più rigorosi nella finalità di premiare effettivamente i meritevoli. Il punto è proprio questo: processi di selezione più trasparenti, prima ancora che più soldi. Si veda, a titolo di esempio, quanto è accaduto per i FIRB.    

Concedetemi tre constatazioni finali, senza commento.
(i) Il Ministro Brunetta ha dichiarato che è stato un bamboccione e di non aver saputo rifare il letto fino ai trent'anni. 
(ii) La sua "uscita" dei 500 Euro per i bamboccioni fa seguito a un'uscita ben più eclatante: obbligare per legge i figli ad uscire di casa a diciotto anni.
(iii) la lettera di Celli mi pare un esempio eclatante di come sia distorta la riflessione sulla meritocrazia e giovani in Italia: se uno sbaglia (come scrive Celli), fa un passo indietro e lascia il posto a qualcun altro; non chiede di andarsene a chi non ha (ancora) sbagliato. Altrimenti sono solo chiacchiere.

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Marta Fana (Collegio Carlo Alberto): La politica delle elemosine

Concordo sul carattere demagogico delle affermazioni di Brunetta che da anni cavalca l'onda di più malesseri diffusi facendolo però nel peggiore dei modi. In molti Paesi Europei, compresa la Francia, esistono sussidi ai giovani non necessariamente legati alla situazione reddituale della famiglia. Tuttavia, anche nel caso in cui queste elemosine fossero elargite in modo più o meno adeguato, la precarietà delle nostre condizioni non cambierebbe. Questo genere di iniziative, inoltre, raramente rispondono ad un sistema ottimale di incentivi.

Quanti di noi vivono in modo dignitoso con 500€ al mese da fuorisede? Abbiamo considerato i "danni" in termini di riduzione delle detrazioni fiscali subite dai genitori normali, lavoratori e non evasori fiscali, quando riceviamo una borsa di studio di 500 € al mese? Non cadiamo nel banale e non lasciamoci millantare, la questione è più complessa.

Perchè non portare avanti politiche di Welfare e regolamentazione efficaci? Mi riferisco al sopruso delle locazioni edilizie (quindi anche evasione fiscale), mi riferisco alle discriminazione dei prezzi per fasce di età sui servizi pubblici, etc...

La questione credo sia molto importante e altrettanto complessa e non può esser affrontata con politiche una tantum, perchè ciò non farebbe che aggravare le posizioni di bilancio pubblico necessarie per un'efficiente gestione di lungo periodo; al contrario, piccole riforme coerenti con un più vasto progetto possono creare una struttura sostenibile e socio-economicamente meno gravosa nel presente. 

Inoltre, vorrei anche capire a quali definizioni ci riferiamo quando parliamo di Meritocrazia, ormai ovunque ci si volti si sente sbandierare uno slogan del tipo "diamo di più ai più meritevoli".

Ma chi sono questi studenti meritevoli ? Sulla base di cosa li definiamo? Siamo sicuri che tali "misurazioni" vengano fatte ceteris paribus?

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Ginevra Marandola (Università degli Studi di Tor Vergata): Carovita, borse di studio e fallimento del 3+2.

Ringraziamo Brunetta per aver risvegliato gli animi assopiti di questo branco di bamboccioni italiani e per averci dato lo spunto per un dibattito su una questione già tanto discussa nei bar ed ai pranzi domenicali. Una proposta seria, strutturata e con tanto di allegato riguardo il reperimento delle risorse necessarie è ciò di cui avremmo bisogno per spostare la discussione da "Pomeriggio cinque" a Palazzo Madama.

Inutile dire che un sistema come quello proposto da Brunetta potrebbe, senza le dovute cautele, creare ulteriori distorsioni nell’allocazione dei fondi dedicati all'istruzione. La dote, prima di tutto, dovrebbe essere proporzionata al caro vita delle città in cui lo studente frequenta l'università. Lo studente della Sapienza pagherà un affitto pari a tre volte quello dello studente dell'università di Cassino. In secondo luogo la dote dovrebbe essere rivolta agli studenti con un reddito inferiore ad una certa soglia. Partendo da questo presupposto, esistono già organizzazioni regionali che erogano borse di studio per reddito e merito con esperienza e capacità, alle quali dovrebbero essere dedicati più fondi.

E' poi così grave ed illogico che lo studente con la fortuna di vivere in una città in cui è presente l'università resti in famiglia durante il corso di studi? A tale proposito sarebbe giusto spingere per la crescita ed il miglioramento didattico ed amministrativo delle piccole università soprattutto del sud, in modo da creare poli di eccellenza in tutta Italia, favorendo la crescita economica e culturale delle città che ospitano le università, e permettendo agli studenti con scarse possibilità economiche di avere un percorso di studi degno delle proprie capacità nelle loro città.

Il problema reale è la permanenza sotto il tetto familiare anche dopo il conseguimento della laurea e quindi la tanto temuta "disoccupazione" o il famigerato "precariato", i quali non sono certo risolvibili attaraverso le politiche giovanili.
L’unica “politica giovanile” sensata – ed attuabile anche a parità di spesa pubblica – sarebbe una riforma seria del sistema universitario. Il 3+2 ha fallito, anche laddove sembra che abbia avuto qualche successo. Se è vero, infatti, come fa notare Lorenzo, che è diminuito il numero degli studenti fuori corso ed aumentato quello complessivo dei laureati, l'effetto tangibile è quello di aver reso più costoso, per gli studenti meritevoli, segnalarsi come tali sul mercato del lavoro.

Più costoso in termini di tempo, perché è necessario proseguire gli studi oltre l’università (la cui durata è già aumentata di un anno), e di denaro, perché si è costretti a trascorrere anche il periodo dell’istruzione post-universitaria a carico delle famiglie d’origine, quando se lo possono permettere.

La demagogia di Brunetta serve davvero a poco. Per il resto, i problemi dei giovani sono gli stessi, o quasi, di quelli del resto del paese. Delle riforme che fossero davvero liberali, che eliminassero le corporazioni, che aprissero il mercato del lavoro, rispettando i principi dell'eguaglianza sociale e della meritocrazia, sarebbero la migliore politica giovanile possibile.

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Lorenzo Biondi (London School of Economics): Risposta ai Commenti

Mi permetto di rispondere ad un paio dei commenti al mio articolo, peraltro tutti pieni di spunti ed idee interessanti.

Massimiliano, la questione «bamboccioni» ha una componente economica, ma l'aspetto culturale è centrale. Lo si capisce confrontando due esempi esteri diversissimi tra di loro. Nel Regno Unito la mobilità sociale è piuttosto limitata, le disparità di reddito sono elevate più che in Italia e l'università - nonostante i sistemi di incentivi - rimane altamente «classista». L'età media dei giovani che lasciano la casa di famiglia è la più bassa in Europa. In Scandinavia i parametri si invertono: alta mobilità e bassa disparità sociale. Il dato sull'«indipendenza» dei giovani, però, cambia poco. Detto questo, il fattore culturale non è immutabile. Delle buone politiche possono, lentamente, favorire un cambio di mentalità anche radicale.

Rispondendo a Ginevra: la proliferazione delle piccole università «di provincia» spesso non è una ricchezza, ma uno spreco di risorse. I giornali avevano ampiamente riportato del gran numero di corsi di laurea in piccole università che non contavano più di uno o due iscritti. Dicevi poi che il problema del precariato non si risolve con le politiche giovanili. È verissimo che in Italia si è spesso confuso il contratto flessibile col contratto precario. D'altro canto, però, se si inizia a lavorare a 30 anni invece che a 23 o 24, è più probabile arrivare ai 40 senza un buon contratto di lavoro. Le politiche giovanili non bastano, ma possono aiutare.

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Marta Fana (Collegio Carlo Alberto): Risposta al Commento di Ginevra

Vorrei sottolineare due cose dell'intervento di Ginevra che nel complesso ho apprezzato:

La questione di ponderare la distribuzione dei fondi in base al caro vita delle città si porta dietro due considerazioni di fondo:

La prima riguarda il poter misurare sensatamente il caro vita di una città, perchè per esempio Torino ripetto a Roma è più cara in termini di spesa alimentare (parlo di prodotti freschi, quindi il mercato stricu sensu, non ovviamente catene di distribuzione ove le politiche di prezzo sono spesso uguali), però è meno cara per gli affitti.

Tuttavia, eliminata una parte della differenza dovuta al fatto che Roma è Roma, posso ben dire che le politiche del Comune di Torino per la lotta agli affitti abusivi e spesso davvero esosi è dieci volte quella di Roma: a Torino esistono, oltre una maggiore responsabilità dei cittadini, diverse associazioni che fanno da intermediari tra domanda e offerta rendendo non soltato un incontro tra le stesse, ma aiutando studenti e proprietari nella scelta del contratto più appropriato alla situazione specifica. Inoltre, i prezzi degli affitti sono stabiliti secondo degli indici di "equo-canone" rispetto a variabili del tipo: vicinanza al centro, vicinanza confort e molti altri "effetti fissi" e variabili edoniche. In conclusione, vogliamo considerare un caro vita esogeno o endogeno rispetto alla variabile responsabilità sociale??

La seconda concerne più strettamente gli incentivi per gli studenti: se le "elemosine brunettiane" (permettetemi un po' di goliardia) andassero nelle città più "care" probabilmente avremmo un afflusso di "meritevoli" (non ho ancora capito cosa significhi a parte la mia definizione personale) verso tali città che sappiamo benissimo esser ad oggi Milano, Roma, Firenze e Bologna.. Mi chiedo se ciò sia o meno sostenibile nel lungo periodo in termini di sviluppo nazionale (non mi tirate fuori una serie di modelli neo-classici di crescita). Con chi creiamo "eccellenza" nelle città del Sud per esempio dove per poter affermare l'eccellenza ci vuole uno sforzo triplo rispetto a quello necessario a Roma o Bologna?

Dulcis in fundo, io sinceramente Brunetta non lo ringrazierei neanche per sfotterlo, semplicemente per il fatto che se sembriamo assopiti è perchè come richiama Ginevra, il nostro free-time a volte lo dedichiamo al signaling delle nostre competenze e la giornata dopo le 24h è finita per tutti. Di conseguenza allo stato attuale delle cose abbiamo dei trade-off seri: scrivimo blog o lavoriamo. Sinceramente, purtroppo, ma non in tutti i casi,  ad oggi il signaling italiano è distorto e non basta dunque segnalarci tramite curricula basati esclusivamente sui cari voti del piano di studi. 

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Ginevra Marandola (Università degli Studi di Tor Vergata): Risposte ai Commenti

Cara Marta,

trovo che la questione riguardante l'allocazione delle risorse dedicate ai giovani andrebbe approfondita ed il tuo commento costituisce uno spunto molto interessante. Ovviamente la mia osservazione sul caro vita, in sè abbastanza superficiale, voleva essere un modo per sottolineare come prima di parlare di "dote" per i giovani bisognerebbe individuarne i destinatari e stabilire dei criteri seri di distribuzione per evitare  un'allocazione subottimale dettata da politiche demagogiche.

Caro Lorenzo,

concordo con te che l'esistenza di  corsi con due iscritti e di università fantasma sia un enorme spreco di risorse. Ritengo però, che sia necessario finanziare e sostenere poli universitari seri che attraggano un elevato numero di studenti nelle diverse aree geografiche italiane in modo da evitare la concentrazione di studenti nelle grandi città universitarie(concordo pienamente con Marta). Questo ridurrebbe i costi per molti giovani, costretti a trasferirsi per avere un futuro e contribuirebbe allo sviluppo economico delle aree interessate.

Per quanto riguarda i fuori corso mi permetto di lanciare una provocazione: Non credi che la "dote" possa essere un incentivo a ritardare il termine degli studi? Ancora peggio, non c'è il rischio che alcuni giovani siano portati ad intraprendere un corso universitario piuttosto che entrare nel mondo del lavoro attratti da questa entrata facile?

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Lorenzo Biondi (London School of Economics): Risposta ai Commento di Ginevra

Ti rispondo al volo: in Spagna la «dote» può durare per non più di quattro anni. Aiutati sì, ma non in eterno...

[Questa la fonte: http://www.elmundo.es/elmundo/2010/01/04/suvivienda/1262593559.html]

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Massimiliano Vatiero (Università degli Studi di Siena)

Lorenzo, 

Preciso meglio il mio intervento. Non contesto il fatto che l'aspetto culturale sia centrale per Inghilterra e per i paesi della Scandinavia. Io mi concentro sull'Italia e gli italiani, e in particolare sull'assunzione di una qualche disaffezione culturale che hanno gli italiani (anche i giovani) nei confronti dell'affitto, che rappresenta la forma più semplice per uscire di casa. Onestamente ritenevo che questa assunzione fosse valida, ma l'autore del post che ho sopracitato mi ha fatto notare che in Italia "alla fine degli anni ‘40, andava a vivere in affitto il 55% delle coppie sposate; la percentuale sale fino a superare il 60% nei primi anni ‘60; e l’affitto rimane la soluzione prevalente per le giovani coppie fino alla metà degli anni ‘70.

A partire dalla metà degli anni ‘70 la percentuale di giovani coppie che va a vivere in affitto si riduce drasticamente, fino ad assestarsi attorno al 35% negli anni ‘90. Questo andamento potrebbe effettivamente dipendere dall’aumento del prezzo degli affitti. Pensa che solo tra il 2000 e il 2005 il canone medio nelle grandi città è aumentato del 46,8%, mentre nello stesso periodo l’aumento delle retribuzioni è stato attorno al 10% (La Repubblica, 25 gennaio 2005, dati Nomisma)." 
Ma se allora non è vero che gli italiani hanno una qualche disaffezione culturale per l'affitto (ma solo una scarsa convenienza economica) quali altri fattori culturali potrebbero inibire l'uscita di casa?

 

PROSEGUI CON LO SPECIALE (PAGINA 2) 

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