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Nuove e vecchie linee conflittuali gelano le relazioni tra Mosca e Washington

16.09.2007 - Pietro Parisella



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L’evoluzione delle relazioni internazionali successiva al crollo dell’Unione sovietica ha smentito di netto coloro che avevano profetizzato la fine della storia: si sono mostrati nuovi attori, nuove tematiche e nuove conflittualità in tutta la loro complessità. E addirittura ha finito per riemergere qualcosa di molto simile al passato. Non ci sono più la cortina di ferro e Berlino divisa, non ci si sente più sull’orlo del baratro nucleare, però è oggi in atto un confronto i cui contorni rievocano nitidamente la linea conflittuale della guerra non guerreggiata che ha caratterizzato la seconda metà del secolo scorso.
Venti freddi tra Mosca e Washington. Agli Stati Uniti che alzano lo scudo spaziale, toccando le capitali dell’Europa orientale, Mosca ribatte denunciando uno sconfinamento nella propria area di influenza; e prima minaccia di puntare i propri missili contro l’Europa, poi offre le proprie basi in Asia centrale nella pragmatica proposta di uno scudo russo-americano. È storia dei mesi scorsi. Quindi, riprende pattugliamenti aerei in puro stile guerra fredda. Intanto i servizi segreti si muovono tra Est ed Ovest: nuove spy stories, nuove crisi diplomatiche, in essere come in fieri. Con l’Europa nel mezzo, di nuovo campo intermedio e spettatore, che rinuncia a garantire in maniera autonoma la propria sicurezza, giacendo sotto l’ombrello statunitense, ed è al contempo preda del ricatto energetico russo. Ma i paralleli con le pagine di storia passata non finiscono qui. A Mosca non si presta molta attenzione al rispetto dei diritti umani quando si tratta di confrontarsi con l’opposizione democratica; la repressione politica sembra non essere più una semplice memoria del passato sovietico, ma piuttosto un elemento costitutivo della Russia di Putin. Un sistema, questo, in cui il potere è detenuto e gestito da complessi burocratico-militar-industriali, da oligarchie consolidate il cui controllo sulla società e sull’economia è reso più diffuso dal connubio con le forze di polizia, con rami dell’esercito, con i servizi segreti vicini alla leadership. Roba da politburo sovietico. Per tenere unita la Federazione, aggregato in perenne equilibrio sull’orlo di un disfacimento, implosivo o disgregativo, il nuovo zar ricorre ad una politica estera e di difesa condotta con toni rigidi, che parla all’anima nazionalista del popolo russo e non nasconde palesi moniti agli Stati Uniti.
Le accuse di nuovo imperialismo camuffato da esportazione della democrazia toccano Washington da più fronti, però a Mosca si vede con particolare sospetto e diffidenza l’azione globale statunitense: la politica internazionale degli Stati Uniti dell’ultimo decennio ha toccato i punti-limite nevralgici dello spazio geopolitico russo a Occidente – Balcani, Europa orientale, Afghanistan e Medio Oriente. Sono riemerse le apprensioni e l’ansia da accerchiamento connaturate alla percezione russa del mondo, e Putin ha saputo ben giocare in patria su questo fattore. La visione globale su cui ha poggiato la politica statunitense ha contribuito ad inserire poi una buona dose di rigidità nelle relazioni diplomatiche: specie nell’era Bush jr, Washington ha mosso da un’impalcatura concettuale ricca di ideologia, da mobilitazione nazionale, che ha supportato e legittimato l’azione dell’amministrazione, anche e soprattutto nel momento di muoversi in modo unilaterale. Fallito il progetto di costruire dopo il bipolarismo un ordine internazionale ispirato al multilateralismo; venuta meno la coesione della comunità internazionale di fronte al nuovo nemico globale, il terrorismo jihadista; sempre più lontana l’entente su problemi cruciali e incombenti - leggasi ambiente, energia e lotta al sottosviluppo - la comunità internazionale si è perciò trovata a confrontarsi con una situazione per molti versi paradossale, che vede la storia ripetersi. Determinanti geografiche e strategiche si intrecciano ad una realtà politica particolare, e sembrano riemergere così assetti già esistiti.
Il carattere delle forze attualmente al potere negli Stati Uniti ed in Russia - il crociato G.W. Bush, espressione della destra neo-conservatrice americana, e lo zar Vladimir Putin, vertice di quel diffuso apparato di potere che controlla la incompiuta democrazia russa - ha di certo facilitato l’irrigidirsi delle relazioni, mentre la congiuntura internazionale ha consentito a Putin di agire in modo spregiudicato. Anzitutto, l’impasse statunitense in Medio O-riente ha permesso a Mosca in un momento di inferiorità sostanziale rispetto alla contro-parte di giocare le carte del proprio rilancio sfruttando le difficoltà di quest’ultima.
Inoltre, le altre grandi potenze sono rimaste alla finestra. Da un lato, l’Europa, che non ha in alcuno dei suoi stati membri un soggetto in grado individualmente di dialogare alla pari con Mosca e Washington, né possiede ancora una unitaria capacità diplomatica tale da proporla come attore-chiave, benché sia la più interessata e potenzialmente capace di indirizzare la svolta democratica in Russia; dall’altro, la Cina, dichiaratamente concentrata nella propria fase di «sviluppo pacifico», ben disposta verso tutti coloro che favoriscono la sua crescita, e incline a strizzare l’occhio a tutti - con un trattamento di riguardo per la Russia, vedi il dialogo strategico-militare in corso sull’asse Mosca-Pechino - e a nessuno, per garantirsi un ambiente il più possibile favorevole in cui sfruttare l’onda lunga dell’ascesa economica. È in questo contesto che le relazioni russo-americane hanno riacquisito quella centralità che avevano perso nell’immediato periodo post-sovietico, e sono riemerse direzioni conflittuali rimaste sopite dopo il crollo dell’impero comunista.
Se il presente è di complessa interpretazione, ancor di più lo è il futuro; qualcosa appare certo, però. Magari meno dichiaratamente freddi che in passato, i venti tra Mosca e Washington continueranno a gelare le relazioni tra i due colossi. Molto dipenderà dal cambiamento di leadership che avverrà nei due paesi. Nell’intervallo verso i cambi di governo è più che lecito aspettarsi ulteriori frizioni. E senza dubbio le potenzialità conflittuali non si estingueranno, come non si erano estinte con il venir meno di uno dei due attori della guerra fredda. Inoltre, inciderà indubbiamente sull’equilibrio generale l’assetto che andrà assumendo il Medio Oriente. Con gli Stati Uniti impastoiati nel marasma iracheno e in allerta in Afghanistan, il processo di pace israelo-palestinese lontano anni luce, la minaccia nucleare iraniana e un’offensiva jihadista generalizzata, è verosimile aspettarsi difficoltà durature per gli Stati Uniti, tanto per l’amministrazione uscente come per quella entrante. E fin quando Washington è in difficoltà, e l’Europa passa, Mosca può giocare in modo spregiudicato, magari facendo l’occhiolino a Pechino per riproporre la Russia come superpo-tenza planetaria.

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