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lunedì 24 febbraio 2020

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Giornata della memoria a Roma: la testimonianza di Elie Wiesel

Nel sessantacinquesimo anniversario dallo sfondamento dei cancelli di Auschwitz, la città di Roma è onorata di ospitare Eliezer (Elie) Wiesel, reduce e testimone dell’Olocausto nazista e della prigionia nei campi di concentramento, che ha tenuto un im

28.01.2010 - Daniele Maurizi



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Nella giornata della memoria di Roma, istituita per legge in Italia nel 2000 per commemorare le vittime del nazismo e del fascismo e in onore di coloro che, rischiando la propria vita, hanno cercato di proteggere in qualunque modo i perseguitati, il Parlamento italiano ha ospitato Elie Wiesel, reduce dei campi di concentramento nazisti e Premio Nobel per la Pace nel 1986. L'aula di Montecitorio, riempita delle più alte cariche dello Stato e dei sopravvissuti ai lager, ha assistito al discorso di uno dei più autorevoli testimoni dei fatti che hanno coinvolto gli ebrei dell'epoca.

"...ricordiamo insieme quest'epoca della storia che ha avvolto nelle tenebre la speranza dell'uomo. Un'epoca in cui gli assassini hanno tormentato, isolato, affamato e ucciso sei milioni di uomini, donne e bambini solo perché erano discendenti di un popolo antico".

Il ricordo di Wiesel è intimo e parte dallo strappo violento che ha subìto nel veder morire di inedia e di malattia il padre nel campo di sterminio di Buchenwald (la madre ed una delle sue tre sorelle, invece, vennero immediatamente selezionate come inabili al lavoro e uccise nelle camere a gas). Cita l'esperienza descritta anche nella sua opera più grande (La notte), quella della notte in cui lui e gli altri deportati arrivarono a destinazione: i morti durante il viaggio, i vagoni aperti sul treno, la tormenta di neve, le persone che infreddolite e morte di paura prima ancora di morire nel corpo invocavano Dio.

Non si può spiegare perché tanti bambini e tante famiglie sono stati uccisi da tanti uomini, spesso istruiti, che manifestavano ammirazione per Goethe, Bach, Hegel e Dante. Lo sconcerto e i dubbi dell'umanità sono tali ancora per Wiesel, che a tanti anni di distanza ha ancora tanti "perché" a cui rispondere. "Perché Hitler e i suoi accoliti, nati nel cuore del Cristianesimo, hanno fatto quello che hanno fatto?, Perché volevano ad ogni costo distruggere l'ultimo ebreo sul pianeta?, Perché (rivolgendosi a Dio), tutto questo?".

Proprio l'assenza di una risposta accettabile a queste domande costituisce il motivo d'essere di una "giornata della memoria". La riapertura di "vecchie ferite" e l'inflizione di un grande dolore alle giovani generazioni è motivato dalla necessità che il futuro venga illuminato dalla luce della ragione e della fratellanza tra le genti. A questo proposito, Wiesel si rivolge proprio alle autorità, come responsabili dei processi educativi dei giovani: "A qualsiasi livello della politica e al più alto livello della spiritualità, il silenzio non aiuta mai la vittima, ma l'aggressore" (forse, in questo passaggio, volendosi anche riferire a quanto detto pochi giorni fa dal Pontefice che, nella Sinagoga di Roma, aveva difeso l'operato di Pio XII, notoriamente accusato dalle comunità ebraiche di non aver contrastato abbastanza quanto stava avvenendo in quel periodo).

Le parole di Wiesel diventano rabbiose quando comincia a rimproverare le altre Nazioni (implicitamente l'America) di essere state a guardare troppo a lungo: "Non era così difficile, all'inizio del 1944, bombardare i binari che portavano ad Auschwitz...".

Da qui il richiamo alla comunità internazionale affinché adotti delle politiche di incentivazione alla socialità e agli scambi culturali. Quello che accade ad una comunità è affare di tutti e non si deve permettere che gli anelli deboli della società, i suoi prigionieri e le vittime del destino, si sentano soli, abbandonati e rifiutati. E invece, spesso, le attuali generazioni sono segnate dal disorientamento e dalla sfiducia.

Nelle battute finali, Wiesel ha esortato i nostri parlamentari a diventare a loro volta testimoni, affinché quando anche l'ultimo dei "sopravvissuti" non ci sarà più, l'insegnamento per i giovani possa rimanere vivo. Al contempo manifesta un certo disagio nel comprendere tragedie come quelle della Cambogia, del Randa, del Darfur. Evidentemente Auschwitz non ha completamente guarito il mondo dall'antisemitismo, ma ha riavvicinato alcuni popoli. Verosimilmente non ci sarà ancora una guerra tra Italia, Germania o Francia.

Da Auschwitz abbiamo imparato che il razzismo è stupido e l'antisemitismo un'infamia. L'umanità è definita dal nostro atteggiamento verso l'alterità dell'altro. Ciascuno deve scegliere tra il nichilismo e il senso, tra la paura e la speranza.  

 

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