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giovedì 06 agosto 2020

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ECONOMIA - Vegas: storia del debito pubblico italiano

Nel primo workshop di Italia150giovani, progetto UniLuiss e Giovani per ROMA, il viceministro dell’economia Giuseppe Vegas spiega l’evoluzione del debito pubblico dalla nascita della nazione fino ai giorni nostri

30.10.2010 - Carlo Asta



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Il debito pubblico non è un mero indicatore dell’andamento del rapporto tra uscite ed entrate di un paese, tra spesa pubblica e tassazione: ci rivela anche i fenomeni economici che attraversano un paese negli anni e l’evoluzione delle politiche economiche.

In occasione del 150° anniversario dell’unità d’Italia le associazioni Giovani per ROMA e UniLuiss, all'interno dell'Università Luiss Guido Carli, hanno dato vita al progetto Italia150giovani nel cui primo workshop hanno invitato il viceministro dell’economia Giuseppe Vegas a fare una parallelo tra l’andamento del debito pubblico in rapporto al PIL e l’economia italiana dal 1861 ad oggi, per capire il passato, avere più coscienza del presente e amministrare meglio il futuro.

L’Italia unita parte con un rapporto Debito pubblico-PIL del 45%: a metà ottocento i paesi cercavano di evitare il debito poiché era in prevalenza contratto con le banche, che nacquero secoli prima proprio per finanziare le spese sovrane. Se paragonato alle cifre ultracentenarie di adesso ci sembra un dato relativamente basso ma nell’ottocento questo dato già ci qualificava come “spendaccioni”. Nel 1861 Bastogi istituì il Gran Libro del Debito Pubblico, dove erano iscritti tutti i debiti contratti dai passati governi: viene così unificata la legislazione del debito e vengono resi noti i bilanci del Regno delle Due Sicilie. I vari governi della destra storica che i susseguono (1861-1876) cercano di ridurre la spesa pubblica per riequilibrare il debito. 

Nel 1876 cambia la maggioranza e inizia il periodo del “trasformismo”. I nuovi governi cercano di rispondere ai bisogni della società italiano che va anch'essa trasformandosi: massificazione, urbanizzazione, industrializzazione sono gli imperativi del tempo. L’unico modo per timonare questi enormi cambiamenti sociali è mettere mano al portafoglio ed aumentare la spesa pubblica. Il debito cresce. 

A  peggiorare la situazione interviene la crisi economica internazionale di fine ottocento che uccide la crescita e la produzione, che facendo da denominatore va a incrementare il rapporto Debito-PIL.

Passata la crisi nei primi anni del novecento si fa sentire la spinta alla crescita delle grandi industrie create nella fine del secolo scorso, e il debito comincia a scendere, nonostante la guerra libica. Purtroppo sta per avvenire qualcosa di dispendioso, oltre che tragico.

28 Luglio 1914, l’erede al trono austriaco Francesco Ferdinando viene assassinato e si apre il primo conflitto che diventerà mondiale. E’ una delle guerre più grandi e intense di sempre, la spesa pubblica schizza in alto e il debito italiano raggiunge un astronomico, ma comprensibile, 120% sul PIL.

Dopo la guerra si decide di mantenere il livello di imposizione fiscale bellico e di utilizzare le entrate per fare grandi investimenti. Inizia quindi un periodo di crescita economica che riduce il debito fino allo scoppio della seconda grande guerra che ci riporterà nuovamente oltre il 100%.

A seguito della seconda guerra non si registra, come a seguito della prima, un impennamento del debito. L’aumento dell’inflazione, oltre che a ridurre il potere di acquisto rende meno dispendioso il ripagamento del debito. Gli anni cinquanta e sessanta sono accompagnati da una grande crescita del PIL che grazie ad inflazione e una rigorosa politica dei conti pubblici mantengono basso il debito pubblico che orbita intorno al 30% del PIL negli anni della DC.

Con gli anni settanta e l’entrata al potere del PCI c’è una nuova valutazione delle politiche del welfare che fa aumentare la spesa, la quale diventa come un “collante” della coalizione di partiti che governa: per mantenere l’alleanza si soddisfano le esigenze di ognuno mettendo mano alle casse dello stato.

Quando siamo tornati di nuovo oltre il 100% del Debito sul PIL Il trattato di Maastricht ,concluso nel ’92, segna l’inizio di una nuova era della politica economica italiana che si avvia verso un’omogeneizzazione con quella europea. Il Trattato impone un rientro delle finanze pubbliche in certi parametri preparando così l’entrata in gioco della moneta unica. Tuttavia, complici le crisi sistemiche e finanziarie, ad oggi non siamo riusciti ancora a portare il debito pubblico al di sotto del 100% del PIL.

La riflessione dopo questo excursus ci impone di guardare agli anni ’50 come modello di spesa pubblica che deve essere coniugato con le dispendiose politiche sociali che il tempo e la società ci obbligano a dover sostenere, uscendo però dall’ottica che tutti i problemi vadano affrontati mettendo mano al portafoglio. E’ necessario un ripensamento del sistema di spesa pubblica, viste anche le pressioni europee, che va riportato a un funzionamento simile a quello delle finanze private. La soluzione, secondo Vegas, è di andare a tagliare alcuni servizi dispendiosi che i cittadini, forti di una tassazione meno oppressiva, possono procacciarsi autonomamente.

E’ appunto in questa direzione che sembra andare il governo, ovviamente non senza alcuna resistenza o polemica.

 

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