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mercoledì 16 ottobre 2019

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L’India è scesa in campo

La posizione di Dehli in favore della resistenza birmana ha importanti ricadute diplomatiche e geopolitiche, e disegna una suggestiva linea di contatto tra il presente birmano di lotta non violenta e la storia della pacifica battaglia per l’indipendenza

09.10.2007 - Pietro Parisella



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Il caso del Myanmar è ormai al centro dei mass-media, ed è finalmente divenuto un importante punto dell’agenda politica internazionale. La missione del delegato Onu Gambari è servita per sbloccare il ghiaccio, per far avvertire al regime birmano la pressione del mondo libero e dell’opinione pubblica mondiale. Le manifestazioni di sostegno alla protesta dei monaci e all’opposizione democratica, già diffuse nel mondo occidentale, sono state forti in tutta l’Asia orientale. L’opinione pubblica mondiale ha finalmente posto la propria attenzione su una realtà per troppo taciuta.

Politicamente, il quadro non è ancora molto favorevole alla lotta non violenta per la libertà in Birmania (come nel pezzo della scorsa settimana, mi rifiuto di usare il nome Myanmar, imposto dalla dittatura). Gli Stati Uniti e l’UE si sono fatti da principio sostenitori della causa birmana, ottenendo l’appoggio del mondo democratico. Non mi nascondo dal denunciare il troppo prolungato silenzio sull’argomento, ma almeno un passo in avanti è stato fatto. Le Nazioni Unite, come in molti casi della loro storia, sono incapaci di far valere la propria forza politica, a causa del veto di alcuni membri del Consiglio di Sicurezza. Cina e Russia appoggiano più o meno mascheratamente il regime birmano, e si rifiutano di approvare l’adozione, a livello multilaterale, di azioni sanzionatorie contro il regime birmano. Specie da Pechino si proclama di non voler avallare azioni che violerebbero la sovranità nazionale di un vicino con cui si è in buone relazioni.

In settimana, però, qualcosa è cambiato. L’India ha fatto un importante passo, condannando la natura antidemocratica e repressiva della dittatura birmana, ponendosi in una posizione molto vicina a quella euro-americana. Questa decisione può avere decisive ricadute geopolitiche. La Birmania è uno stato di medie dimensioni posto tra due colossi, Cina ed India, che vivono da qualche decennio in una pece pur sempre delicata, date le potenziali frizioni geopolitiche mai estinte. Inoltre, nonostante le reiterate dichiarazioni di primissima amicizia tra Dehli e Pechino, la corsia preferenziale russo-cinese può aver fatto sentire l’India un partner di serie B, facendole assumere un atteggiamento più libero dalle preoccupazioni di buon vicinato con la Cina. Ora, entrambi i paesi sono massimamente interessati a continuare ad avere relazioni molto buone, per non turbare i mercati e intaccare la propria crescita economica e per continuare ad operare insieme per una redistribuzione del potere mondiale in seno alle istituzioni internazionali (si pensi, ad esempio, alla comune posizione al WTO in materia commerciale). Quindi, non sarà verosimilmente sulla Birmania che le due potenze emergenti rischieranno di intaccare le comunque buone relazioni tra loro esistenti; perciò, la dichiarazione indiana può fungere da indiretto elemento di pressione per un cambiamento di posizione a Pechino, o quanto meno per un allentamento, oltre ovviamente a rappresentare una arma diplomatica diretta da giocare contro il regime birmano (non è molto conveniente per un paese poverissimo di cinquanta milioni di abitanti inimicarsi un vicino in ascesa e con una popolazione composta da più di un miliardo di persone, quando il proprio potentissimo alleato cinese è sotto pressione internazionale per un voltafaccia nei propri confronti).

La presa di posizione indiana ha un importante significato che va ben oltre le implicazioni diplomatiche. È la dichiarazione fatta dalla più grande democrazia del pianeta in favore di una forma di lotta non violenta che non può non rievocare la lotta di Gandhi per l’indipendenza indiana. I monaci buddisti sono una realtà religiosa e civile che si oppone alla repressione del regime, e che parla al popolo birmano sottomesso di libertà e resistenza con la sola forza della propria autorità morale e del proprio enorme coraggio. Il presente birmano, in un dialogo etico con il paradigma gandhiano della lotta non violenta, si ripropone al mondo quale mezzo e fine per il raggiungimento di obiettivi politici e per la risoluzione pacifica di conflittualità politico-sociali.
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