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SOCIETA' - Francia - Italia mai così vicine

Storie che fanno riflettere: la non vita in carcere

06.11.2010 - Francesca Risa



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Morte sospetta in carcere. Ma questa volta non è in Italia, ma in Francia. Si tratta di un italiano, Daniele Franceschi di 31 anni che, nel marzo scorso, era stato arrestato in un Casinò della Costa Azzurra con l'accusa di falsificazione e uso improprio di carte di credito. E' successo a Grasse, nell'entroterra di Cannes. Il decesso, secondo le autorità francesi, sarebbe avvenuto ufficialmente "per arresto cardiaco". I familiari hanno appreso la notizia dopo il decesso.

La famiglia di Daniele è convinta che la morte del giovane non sia da attribuire a «cause naturali» come sostengono le autorità francesi. «L'hanno lasciato morire solo come un cane in una cella di un carcere straniero», ricorda mamma Cira, «e a me, che sono la madre, me l'hanno detto dopo due giorni». La donna ricorda gli ultimi giorni drammatici culminati con la morte del figlio. «Dal carcere Daniele mi aveva scritto alcune lettere terribili», racconta la donna. «Aveva paura, mi raccontava che odiavano gli italiani, si sentiva minacciato. 'Mamma ci trattano peggio delle bestie', mi aveva scritto. Ed inoltre, subito dopo l'arresto, era stato colpito dalla febbre, forse un virus. Febbre a 41, ma nessuno lo aveva curato o aiutato. Lo accusavano di non voler lavorare, era circondato dall'indifferenza delle guardie penitenziarie e privo della solidarietà da parte di altri detenuti». Daniele è morto il 25 agosto 2010. Nel certificato di morte, firmato dal medico del carcere alle 17,30 si parla genericamente di arresto cardiaco. Secondo il racconto dei familiari, Daniele aveva accusato forti dolori al petto alle 13,30. Aveva chiesto aiuto alle guardie che lo avevano accompagnato in infermeria, ma dopo un elettrocardiogramma lo ricondussero in cella e lo lasciarono solo nel suo dolore. Una decisione ritenuta quanto meno azzardata. «Se il ragazzo aveva accusato un malore e c'era il sospetto di problemi cardiaci», denuncia l'avvocato della famiglia del detenuto, «doveva essere ricoverato in infermeria o quanto meno chiuso in una cella con altri detenuti che avrebbero potuto aiutarlo e, in caso di malore, dare l'allarme».

L'atteggiamento delle autorità francesi, che hanno impedito ai familiari di Daniele di vedere la salma del proprio congiunto, il diniego opposto al medico legale di assistere all'esame autoptico, fa aumentare il sospetto che le cose siano andate in modo diverso. Nel rispetto dei ruoli previsti dai trattati internazionali,  ci chiediamo se il Consolato Italiano fosse informato delle condizioni del nostro connazionale e soprattutto se negli eventi successivi la morte  di Daniele abbia offerto l'adeguata assistenza  ai familiari che per giorni hanno stazionato fuori da carcere di Grasse senza ricevere risposta alcuna da parte del Direttore  dell'Amministrazione penitenziaria francese per avere piena chiarezza su quanto accaduto a Daniele Franceschi.

Non possiamo dimenticare quanto accaduto a Stefano Cucchi, brutalmente picchiato in carcere e morto alcuni giorni dopo all'ospedale Pertini di Roma. Le immagini del corpo martoriato del giovane hanno fatto il giro del mondo. Non dobbiamo e non possiamo dimenticare neppure la morte di Marcello Lonzi trovato cadavere in una cella delle Sughere di Livorno nel luglio 2003 e per la quale si batte da anni la mamma Maria Ciuffi, senza un adeguato e quanto mai necessario supporto mediatico. Anche il corpo di Marcello aveva evidenti segni di percosse e la famiglia fu avvisata della morte del ragazzo quando l'autopsia era già in corso. Nel rispetto del dolore di chi perde un figlio, dobbiamo alzare la voce, dobbiamo dire basta alle violenze nelle carceri, alle condizioni di invivibilità delle strutture spesso sovraffollate che, accomunano Francia e Italia anche per l'impressionante  numero dei suicidi tra i detenuti.

 

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