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giovedì 01 ottobre 2020

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I 60 anni di Carlo Verdone

Ripercorriamo insieme la strepitosa carriera di uno degli attori e comici italiani più amati di sempre

17.11.2010 - Francesco Manca



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Difficile pensare a Carlo Verdone soltanto come ad un comico, un attore o un regista, perché, nella sua carriera ormai ultratrentennale, ha avuto la possibilità - e le capacità - di cimentarsi con le più disparate forme di comunicazione, che vanno, appunto, dal semplice cabaret alla recitazione, dalla regia alla scrittura, passando per la musica - sua eterna passione - e arrivando fino al doppiaggio.
Insomma, è chiaro che ci troviamo dinnanzi ad uno dei più eclettici e poliedrici artisti che il nostro paese abbia avuto l'onore di ospitare durante la sua storia.
Nato a Roma il 17 Novembre 1950, si laurea in Lettere Moderne all'Università La Sapienza con il massimo punteggio. Tuttavia, fu niente meno che suo padre - il noto critico cinematografico, docente e storico del cinema Mario Verdone, scomparso poco meno di un anno fa - a bocciarlo all'esame di storia del cinema. Nonostante, la sera prima, i due si fossero messi d'accordo sugli autori che il giovane Carlo avrebbe dovuto presentare - Ingmar Bergman e Federico Fellini - l'incorruttibile padre Mario colse di sorpresa il figlio chiedendogli di parlare del cineasta tedesco Georg Wilhelm Pabst. Carlo, inerme, non rispose, al che, il professore si vide costretto a dirgli: << Si ripresenti alla prossima sessione...>>.
Si iscrive quindi al Centro sperimentale di cinematografia capitolino, dove studia sotto la direzione del grande esponente del Neorealismo italiano Roberto Rossellini, diplomandosi in regia alla fine degli anni '70.
Proprio in quel periodo, inizia la sua carriera nel mondo dello spettacolo, partecipando in veste di cabarettista ad alcune note trasmissioni televisive come "Non stop" e il famosissimo "Carosello", che gli offrono la grande occasione di far conoscere al pubblico il suo umorismo spontaneo ma mai indecoroso, grazie al quale conquista i primi plausi e consensi della sua carriera. Tra i suoi numerosi fan, ce n'è uno in particolare che ha rappresentato - e rappresenterà - per lui un importante modello di riferimento nonché un autentico maestro di vita. Si tratta del mitico Sergio Leone, che nota quasi per caso questo giovane comico alle prime armi nel quale scorge l'immagine di un nuovo Alberto Sordi. I due si conobbero e, poco tempo dopo, Leone decise di dare fiducia al suo nuovo beniamino producendogli il suo primo film da regista.
Le aspettative, ovviamente, erano molte ma, probabilmente, né Leone né tanto meno il giovane Carlo si sarebbero aspettati che, da "Un sacco bello", questo il titolo, scaturisse quell'enorme successo di pubblico e critica che oggi tutti conosciamo.
La pellicola non è altro che una riproposizione di tutti i personaggi e situazioni che hanno reso Verdone un fenomeno televisivo e che, in questa occasione, riescono nella non facile impresa di conservare quella freschezza e originalità che rappresentava il loro cavallo di battaglia sul piccolo schermo.
6 sono le metamorfosi compiute da Carlo in questa sua opera d'esordio, tre delle quali, ovvero: il coattissimo Enzo, l'ingenuo Leo e l'hippie Ruggero sono diventate non solo le più apprezzate della sua intera carriera ma hanno altresì rappresentato, secondo molti, un vero e proprio specchio di ciò che era l'Italia tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80. Per questo motivo, fin dal suo primo film, Verdone può già essere considerato, sotto molti aspetti, un innovatore della commedia nostrana, in grado di far divertire in modo schietto e genuino e di tracciare, inoltre, un'efficace e arguta satira di costume prendendosi gioco dell'ostentato perbenismo dell'epoca.
Tra i suoi comprimari, una doverosa menzione va, ovviamente, al grande e compianto Mario Brega, che, interpretando il padre di Ruggero, dà vita ad una delle sequenze più memorabili mai viste nel nostro cinema. Le parole non gli renderebbero giustizia... (http://www.youtube.com/watch?v=kSERYRCB9fo)
Scritto insieme a Leonardo Benvenuti e Piero De Bernardi, suoi fedelissimi collaboratori, e impreziosito dalla colonna sonora del maestro Ennio Morricone, il film si aggiudica il David Di Donatello e il Nastro d'argento per il miglior attore esordiente, primi di una lunga serie di riconoscimenti ottenuti da Verdone durante il suo percorso.
Solo un anno dopo, cavalcando l'onda del successo ottenuto con "Un sacco bello", sforna, nuovamente sostenuto dal suo mentore Sergio Leone, la sua seconda fatica - "Bianco, rosso e Verdone" - altro titolo oggi annoverato tra i più significativi della sua filmografia.
Riportando in vita i medesimi temi che avevano fatto la fortuna dell'opera precedente, il film, benché leggermente inferiore a quelle che erano le aspettative, si fa ricordare per i personaggi tanto stravaganti quanto irresistibili che lo popolano, interpretati con la solita mostruosa bravura da un Carlo Verdone in stato di grazia, che ci regala, anche in questo caso, una delle scene più divertenti degli ultimi tre decenni: http://www.youtube.com/watch?v=_2RjhGKlD-k
Leggendario è anche il personaggio interpretato da Elena Fabrizi, meglio conosciuta come la mitica Sora Lella - qui al debutto davanti alla macchina da presa - che si aggiudica il Nastro d'argento come miglior attrice esordiente.
Il 1982 è indubbiamente uno degli anni più intensi e fortunati per Verdone, che partecipa in esclusiva veste di attore al film corale di Castellano & Pipolo "Grand Hotel Excelsior", co-interpretato anche da altri noti comici come Adriano Celentano, Enrico Montesano e Diego Abatantuono, ed è inoltre co-protagonista e co-sceneggiatore insieme allo statuario Alberto Sordi - da sempre uno dei suoi miti - di "In viaggio con papà", diretto dallo stesso Sordi.
Nello stesso anno, dirige e interpreta anche il suo terzo film dal titolo "Borotalco", scritto insieme ad Enrico Oldoini e interpretato da Eleonora Giorgi, una delle sue partner cinematografiche più apprezzate, e da un giovanissimo Christian De Sica.
Si sa che, una commedia di Carlo Verdone non è mai soltanto una commedia ma riserba sempre qualcosa di più profondo, qualcosa che mai ti aspetti ma che mai ti disgusta. Difatti, dietro le risate e le situazioni come sempre irriverenti, si nasconde un'aspra critica ad aspetti molto importanti e discussi - e, ancora oggi molto attuali - come la ‘necessità' e l''importanza' di apparire a tutti i costi per dimostrare di essere ‘qualcuno'. Ne è un emblematico esempio questa celebre sequenza: http://www.youtube.com/watch?v=VUAabRHdZuQ
5 David Di Donatello per questa indimenticabile ed indimenticata perla della sua filmografia: miglior film, miglior attore e miglior attrice, miglior attore non protagonista ad Angelo Infanti e miglior musicista a Lucio Dalla e Fabio Liberatori per la loro insuperabile colonna sonora.
Del 1983 è invece "Acqua e sapone", quarto film da lui diretto e interpretato che, a differenza delle sue opere precedenti, riceve un minor numero di consensi da parte di pubblico e addetti ai lavori.
Principale causa di ciò è, a detta di molti, una poco azzeccata scelta della sua spalla femminile - l'esordiente Natasha Hovey - che riceve diverse critiche a causa della sua recitazione statica e poco espressiva. Tuttavia, è il film nel complesso a non convincere pienamente, trovando probabilmente il suo unico, vero pregio nella sempre grande Sora Lella, che riceve il suo primo David Di Donatello come miglior attrice non protagonista.
L'anno successivo, dopo essere stato protagonista della commedia "Cuori nella tormenta" di Enrico Oldoini, è nuovamente regista e interprete principale del suo quinto lungometraggio - "I due carabinieri" - dove condivide la scena con Enrico Montesano e Massimo Boldi. Nel 1986, recita in veste di protagonista al fianco di Renato Pozzetto ne "7 chili in 7 giorni", diretto dal fratello Luca Verdone e, per la sua sesta opera - "Troppo forte" - torna in coppia con Alberto Sordi, riportando in scena molti dei temi - come la satira di costume - già ampiamente affrontati nelle sue primissime fatiche.
E' però con "Io e mia sorella" del 1987 che Verdone riconquista il grande successo dei suoi esordi, realizzando una pellicola che, alla comicità caciarona e spesso fine a se stessa preferisce le atmosfere malinconiche e nostalgiche. Il film, considerato uno dei più riusciti del regista e attore romano, viene premiato con due David Di Donatello per la miglior sceneggiatura, firmata dallo stesso Verdone in collaborazione con i fidi Benvenuti e De Bernardi, e per la miglior attrice non protagonista a Elena Sofia Ricci, oltre che con due Nastri d'argento per la miglior attrice protagonista - la fantastica Ornella Muti - e di nuovo per la miglior attrice non protagonista, sempre alla Ricci.
Il successo di "Io e mia sorella" viene quindi sancito l'anno successivo da uno dei cult assoluti della filmografia Verdoniana - "Compagni di scuola" - commedia volutamente ‘cattiva' ed amara che prosegue, come abitudine di Verdone, sulla strada della satira sociale, riuscendo tuttavia a regalare diversi momenti di comicità che ne fanno, ancora oggi, uno dei suoi film più amati.
Arricchita da un cast corale, che annovera volti come Nancy Brilli, Christian De Sica, Massimo Ghini, Eleonora Giorgi, Athina Cenci - premiata con il David Di Donatello - e Alessandro Benvenuti, la pellicola precede il tonfo de "Il bambino e il poliziotto" (1989), oggi pressoché dimenticato.
Il nuovo decennio si apre con "Stasera a casa di Alice", prodotto di livello medio che contribuisce a rialzare le quotazioni di Verdone. Del film si ricordano, più che altro, le valide interpretazioni di Ornella Muti e Sergio Castellitto e la colonna sonora firmata da Vasco Rossi.
Nel 1991 arriva però quella che è forse la definitiva consacrazione del comico romano, con una pellicola che racchiude in sé tutto il suo cinema.
"Maledetto il giorno che t'ho incontrato" è infatti un riuscitissimo miscuglio di risate, satira, ‘paranoia' e malinconia incentivato, oltre che dall'ottima sceneggiatura scritta da Verdone insieme a Francesca Marciano - si sente il tocco femminile - anche da due straordinarie interpretazioni dei protagonisti: Verdone, ovviamente, e Margherita Buy.
Assai accentuata, in questo caso, è anche la grande passione per la musica Rock da parte di Carlo, che lo dimostra interpretando un giornalista (depresso) al lavoro sulla biografia del celebre chitarrista Jimi Hendrix, da sempre sbandierato come il suo artista musicale prediletto.
5 i David Di Donatello che il film si porta a casa: miglior attore protagonista, miglior attrice non protagonista a Elisabetta Pozzi, miglior sceneggiatura, miglior montaggio e miglior fotografia.
Tutt'altro esito ha purtroppo la sua opera immediatamente successiva - "Al lupo, al lupo" - dove condivide la scena con Sergio Rubini e Francesca Neri. Si tratta di un film pressoché innocuo, poco convinto e complessivamente mal riuscito. Da menzionare, comunque, i Nastri d'argento per la sceneggiatura e la colonna sonora.
Nel '94 esce "Perdiamoci di vista", che funge più che altro da trampolino di lancio ad una giovane Asia Argento, allora agli inizi di carriera. Per la sua interpretazione, la futura Dark Lady si aggiudica il David Di Donatello come miglior attrice protagonista. Verdone riceve invece quello per la miglior regia.
Pur non essendo tra i suoi lavori più riusciti, può essere però considerato una sorta di parabola autoreferenziale tutto sommato dignitosa, in cui Verdone si confronta con la sua immagine di divo - interpreta infatti un conduttore televisivo di successo - estrapolandone pregi (ben pochi), vizi, difetti e contraddizioni.
Segue nel '95 "Viaggi di nozze", quella che potremmo definire l'ultima fatica realmente degna del suo talento.
Risulta assai difficile non essere banali e ripetitivi quando ci si trova a parlare di questo film, ed è altrettanto difficile etichettarlo semplicemente come un film. Verdone ha infatti dato vita ad un autentico campionario di sequenze memorabili entrate di diritto nell'immaginario collettivo, che pur nella loro ostentata ridondanza e caricatura non sono poi così lontane dal rappresentare in modo realistico la società italiana degli anni '90. Anzi, dando anche solo una rapida occhiata a ciò che gira per le nostre strade oggigiorno, lo si potrebbe quasi considerare un film ‘profetico'...
Vogliamo ricordare questa perla di comicità con una sequenza ormai passata alla storia (impossibile non riconoscerla): http://www.youtube.com/watch?v=BjaFlb1dBDY&feature=related
L'anno successivo torna sul grande schermo con "Sono pazzo di Iris Blond", dove è nuovamente in coppia con Claudia Gerini, rivelatasi, in "Viaggi di nozze", non solo una delle sue partner cinematografiche più affini ma anche il "miglior primo piano del cinema italiano", così definita più volte dallo stesso Carlo.
Ancora una volta, ne scaturisce una pellicola intrisa di amore sconfinato verso la musica, che fa da sfondo alle atmosfere malinconiche da lui tanto amate. Pur non ai suoi massimi livelli, Verdone dirige e interpreta il tutto con la solita intelligenza e maestria che, da sempre, lo hanno contraddistinto.
I due film che seguono - "Gallo cedrone" (1998), dove interpreta niente meno che il (presunto) figlio di Elvis Presley, e "C'era un cinese in coma" (2000) - ottengono un buon successo di pubblico ma sono ben lungi dall'essere definiti, anche lontanamente memorabili.
Parallelamente all'uscita di "Gallo cedrone", Carlo ci regala però un'ottima prova di doppiatore nello stupendo cartoon di Enzo D'Alò, "La gabbianella e il gatto", e due anni dopo si presta al servizio dei Manetti Bros. interpretando un piccolo ruolo nello sperimentale "Zora la vampira", di cui è anche produttore.
I suoi successivi prodotti - "Ma che colpa abbiamo noi" (2002) e "L'amore è eterno finché dura" (2004) - si dimostrano interessanti ma nulla di più, ed è infatti il nuovo sodalizio artistico con il regista Giovanni Veronesi a procurargli nuova fortuna.
Per "Manuale d'amore" (2005), commedia corale suddivisa in quattro episodi, vince il David Di Donatello come miglior attore non protagonista e nel 2006 torna dietro la macchina da presa con "Il mio miglior nemico". A fargli da spalla, troviamo il giovane Silvio Muccino.
Dopo aver preso parte, nel 2007, al seguito di "Manuale d'amore", sempre diretto da Veronesi, riprende in esame - su estenuante richiesta dei suoi fan - alcuni dei personaggi che lo hanno reso famoso, riunendoli in "Grande, grosso e Verdone", strutturato in tre episodi.
Le risate, di certo, non mancano, ma le situazioni e le numerose gag proposte appaiono fiacche ed inconsistenti, e purtroppo anche i personaggi pare abbiano perso la grinta e la spontaneità di un tempo, cominciando, inevitabilmente, a sentire il peso degli anni.
Al 2009 risalgono la sua ultima collaborazione con Giovanni Veronesi nella commedia "Italians", divisa in due episodi, e la sua 22a prova registica dal titolo "Io, loro e Lara", con Laura Chiatti, Marco Giallini, Angela Finocchiaro e Anna Bonaiuto.
Attualmente, il nostro Carletto è impegnato nelle riprese del terzo capitolo di "Manuale d'amore", sempre per la regia di Veronesi e a cui dovrebbe prendere parte anche Robert De Niro, un attore che, ovviamente, non ha bisogno di presentazioni.
Il prossimo Settembre, invece, dovrebbe prendere il via la lavorazione della sua opera n. 23, dal titolo - ancora provvisorio - "Tre mariti".

Definito da molti come una sorta di Woody Allen italiano, o meglio, romano - per via dei suoi personaggi paranoici, ipocondriaci e spesso dediti al maldestro uso di antidepressivi - Carlo Verdone è riuscito, nei suoi trent'anni di carriera cinematografica, teatrale e televisiva a conquistare, con il suo umorismo stravagante e disinibito, tre diverse generazioni di spettatori, ed è assai notevole il fatto che, a differenza di molti suoi colleghi più o meno giovani, i suoi film non rimangano confinati ad una ristretta cerchia di pubblico ma siano, ancora oggi, venerati da adulti, anziani e adolescenti.

Carlo, grazie di tutto e...continua a facce ride!

 

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