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mercoledì 16 ottobre 2019

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ECONOMIA - Catricalà, Floris e Ippolito ci parlano di concorrenza

Uno dei grandi tabù del nostro paese analizzato dai tre professionisti in occasione della presentazione dei loro libri

18.01.2011 - Federico Iudica



Concorrenza (s)concordataria

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Si racconta che a cavallo fra diciannovesimo e ventesimo secolo Giovanni Giolitti passeggiando per Villa Borghese si imbatté nellʼambasciatore greco, lo salutò con un calore e una gentilezza tale da far incuriosire uno dei suoi assistenti. Quando il diplomatico era ormai lontano, questo chiese al capo del Governo come mai si fosse sforzato tanto nel salutare il rappresentante di un paese così poco importante, Giolitti rispose: “Noi dobbiamo ringraziare la Grecia perché, in Europa, sono ultimi al posto nostro.”

Siamo nel 2011 ma solamente in Dicembre ci siamo guadagnati altre due maglie nere: la più alta pressione fiscale, la più alta disoccupazione giovanile dellʼarea OCSE (eccetto la Spagna), negli ultimi dieci anni la nostra crescita economica è stata la peggiore del mondo, dietro di noi cʼè solo Haiti, dove hanno avuto il terremoto e lʼepidemia di colera. Non seguo con interesse le dichiarazioni giornaliere dei vari politici a tiggì e giornali tuttavia sono pronto a scommettere che nessun membro della classe politica si sia preso neanche una piccola parte della colpa di questo disastro. Eppure è da almeno ventʼanni che questa classe politica è in parlamento unchanged.

Lʼoccasione per parlare di attualità ci viene data dalla presentazione di tre libri: Zavorre dʼItalia, di A. Catricalà; Zona retrocessione, di G. Floris; Il bel paese maltrattato, di R. Ippolito. Tre punti di vista diversi ma ugualmente interessanti sui motivi di degrado del paese

Antonio Catricalà, presidente dellʼAntitrust dal 2005, racconta delle piccole lobby a cui quasi ciascuno di noi appartiene. Zavorre che hanno però in comune la mancanza di una visione dʼinsieme. Ci tiene però a raccontarci dei suoi piccoli successi: dallʼintroduzione delle parafarmacie, che hanno portato sconti in media del 10% sui prezzi dei farmaci da banco, al suo aver sempre sostenuto la battaglia dei singoli contro gli ordini professionali da lui chiamati: “istituzioni medievali”.

Richiama lʼattenzione su come le poche liberalizzazioni fatte dai governi di centro-sinistra si contrappongano invece alla alluvione legislativa restrittiva della concorrenza posta in essere dagli enti locali. Perchè ci deve essere un numero chiuso per le pizzerie in Veneto? Perchè per aprire un hotel in Calabria bisogna aspettare un anno affinché possano essere fatti dei controlli stagionali sulla potabilità dellʼacqua? Perché le farmacie devono essere attività ereditarie?

In Italia vi è una mancanza totale di cultura della concorrenza tanto che persino la sua definizione sul vocabolario è errata. Non si sa bene che vantaggi porti e questo ha contribuito ha bloccare completamente lʼascensore sociale.

Il presentatore di Ballarò pone lʼaccento sulle colpe di una classe dirigente la quale però “è il nostro specchio”. Se un terzo degli aventi diritto e a molti degli altri basta tifare per una parte o per lʼaltra un motivo ci deve essere. Gli italiani tanto un modo per tirare a campare lo trovano sempre, è la nostra storia, ma sempre di più ci stiamo abituando alla povertà, al quello che hai te lo tieni, al non riuscire a vedere le cose in maniera diversa, “ricchezza è varietà” ripete con insistenza il conduttore sardo.

Se il Presidente del Consiglio chiama in diretta e attacca, non bisogna accettare il suo metro di giudizio, libertà non è essere a favore o essere contro Berlusconi. Per Floris la via dʼuscita è e deve essere politica ma il cambiamento deve partire da ognuno di noi, dobbiamo sapere chi votiamo: “Uno su centomila italiani è deputato o senatore, è possibile che il migliore di quei centomila sia Scilipoti?”

Roberto Ippolito, organizzatore culturale e professore LUISS, espone il suo punto di vista sul non-sistema culturale italiano. Possediamo il 5% del Patrimonio UNESCO, la maggiore concentrazione mondiale, eppure i 1200 musei italiani incassano complessivamente un sesto del Louvre. Non solo non sappiamo come usare il mercato culturale globale ma “siamo dei cretini e dei delinquenti”. Basta guardare a come sono trattati siti che rappresentano lʼunità dʼItalia: al Gianicolo le statue dei patrioti sono nellʼincuria più totale, il monumento a Quarto è un monumento al guano, addirittura a Verona è arrivato lʼavviso di sfratto dal cimitero per la tomba di Boccioni. Ci stiamo dimenticando chi siamo. E allʼestero se ne accorgono.

Sono molti i fatti che cita: prima del crollo a Pompei della Domus dei Gladiatori era caduta una gru sugli scavi ed era stata trovata una galleria sotterranea che dalla casa di un boss locale portava direttamente al sito archeologico; alla Domus Aurea ci sono stati due crolli per lo stesso problema e non si sa mai a chi dare la colpa per quello che accade. Le responsabilità sono sempre suddivise fra un numero imprecisato di soggetti, quindi non sono di nessuno. “Ed è forse questo che fa più rabbia: il non sapere neanche con chi prendersela.”

 

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