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martedì 29 settembre 2020

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BALCANI - Ricordando Sarajevo

05.04.2012 - Edoardo Maria Lofoco



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Il 6 aprile 1992 iniziava ufficialmente la guerra che avrebbe sconvolto la Bosnia Erzegovina per quasi quattro anni. Nell'estate del 1991, la Slovenia e la Croazia avevano dichiarato l'indipendenza dalla Jugoslavia e stavano già pagando il loro tributo, più o meno alto, di sangue. Nel febbraio del 1992, anche la piccola repubblica multietnica, situata nel cuore della federazione jugoslava, aveva deciso per l'indipendenza, con un referendum. La componente serba del paese non aveva però partecipato al voto, andando a costituire uno stato autonomo nel nord est del territorio.

Nell'aprile 1992, Sarajevo veniva accerchiata dai militari serbi e cominciava per la capitale bosniaca un lunghissimo assedio, destinato a sciogliersi solo alla fine del 1995. In quei giorni della primavera di venti anni fa, a Sarajevo erano in molti a credere che la guerra si potesse ancora evitare: la città manifestava per la pace e coloro che desideravano abitare una terra in cui vivessero insieme musulmani, ortodossi e cattolici cominciavano a morire.

In risposta alle prime azioni militari dei generali serbi, infatti, cittadini comuni, professori universitari, professionisti e politici avevano occupato la sede del Parlamento, chiedendo un governo di unità nazionale e sbandierando striscioni su cui era scritto: "Possiamo vivere insieme".

Le prime vittime di quell'assedio furono due studentesse, Suada Dilberovic e Olga Suhic. Furono uccise proprio in quel 6 di aprile, mentre cercavano di attraversare il ponte Vrbanja, dove la notte precedente i serbi avevano eretto una barricata, nell'intento di dividere Sarajevo in settori etnicamente "puri". Da quel 6 aprile, il numero delle vittime dei cecchini e delle granate serbe continuò a crescere, Sarajevo restava chiusa in una morsa di violenza e di paura, isolata dal resto del mondo.

Venti anni dopo l'inizio dell'assedio, Sarajevo è una città diversa. Sono in molti, in Bosnia, a dire che la Sarajevo di oggi è irriconoscibile e che quello che la rendeva speciale non c'è più. E' venuto a mancare il suo spirito di città multiculturale. Nuovi cittadini percorrono le sue vie e la sua composizione etnica è cambiata: il 90 % dei suoi abitanti sono musulmani, fuggiti dai villaggi dell'est della Bosnia durante la guerra. Nuovi conflitti la pervadono, nuovi problemi mettono in crisi la sua identità: quello della disoccupazione, innanzitutto, che raggiunge soglie preoccupanti, nonché quello di una corruzione dilagante e di una politica davvero molto lontana dal fare il bene del cittadino.

Ma la sua architettura, le sue ossa non dimenticano la sofferenza di quei quasi quattro anni di guerra: le lapidi nei parchi cittadini, le targhe con i nomi delle vittime delle granate disseminate fra le sue strade ricordano quotidianamente quanto avvenne in quegli anni. In questo 6 aprile, 11.541 sedie vuote, tante quante furono le vittime del lungo assedio, saranno collocate lungo il corso principale della città. E nella notte di Sarajevo continueranno a vibrare i suoni di tre diverse religioni: la campana della cattedrale cattolica, quella della chiesa ortodossa e la voce rauca del muezzin. 


Sarajevo
Foto di Arianna Visani


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