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giovedì 28 maggio 2020

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140 di jeans: quel cult marinaio che ha travolto l'alta moda

140 anni di jeans. Il tessuto color del mare che dal mare, in qualche modo, proviene. Il primo jeans famoso? Era di Giuseppe Garibaldi e si trova oggi nel Museo Centrale del Risorgimento a Roma. Questa è la sua lunga storia...

09.04.2013 - Mariangela Ricci



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2013: centoquarant'anni interi dalla nascita del primo jeans. 140, un numero tondo che la celebre piattaforma eBay ha ricordato con una lunga campagna, a ridosso della primavera, il cui incasso è stato devoluto in beneficienza. Una festa di jeans. 

Ma tutte le nascite hanno una data di concepimento: quella dei Jeans rimanda a una gravidanza record, dovendosi collocare addirittura nel XIV secolo. Eh sì, perché è già a partire dal '300 che si produce il fustagno, tessuto dall'ordito di cotone da cui prenderà il nome (e con cui verrà realizzato) uno dei cult objects della contemporaneità. Sulle navi - a coprire le merci e le gambe dei marinai - e con le navi - raccolto in balle - il fustagno "Blue de Genes" (prodotto, appunto, nella francesizzata Repubblica di Genova) e il "(Tissus) de Nimes" vengono esportati in Europa e in America, prendendo appunto il nome o di Jeans (secondo una storpiatura inglese) o di Denim, una felice fusione terminologica.

La terra più feconda sarà però la California. È qui infatti che due squattrinati, nel segno di "una mano lava l'altra", si metteranno in società: Levis Strauss, new entry nel commercio dei tessuti del Nuovo Mondo, ed uno dei suoi "riforniti", Jacob Davis, il sarto che gli consegnò l'idea per un brevetto: quella "for improvement in fastening pocket openings", ovvero per l'inserimento di rivetti metallici nelle tasche (già all'inizio cinque) dei pantaloni, al fine di irrobustirle. Fu così che i jeans, ovvero gli "overalls" (così chiamati perché portati sopra gli altri indumenti) divennero una divisa: a partire dai cercatori d'oro, che ne riempirono le tasche di pepite. Nei decenni, quelle stesse tasche sono diventate comodi appoggi per milioni di mani: quelle dei soldati americani di vedetta durante le guerre mondiali, quelle delle donne (solo negli anni '30!), quelle dei cowboys che incedevano nei saloon (veri e cinematografici), dei bad boys che si ispirarono a Marlon Brando, dei fan del rock'n'roll, dei giovani sessantottini - meravigliosamente agguerriti e infreddoliti per le strade - per poi essere abbandonate dagli hippy - più presi ad ondeggiare le braccia verso il cielo. Dagli anni '80, il Blue Jeans (così battezzato negli anni '30) percorre ancora le strade, sì, ma solo dopo aver solcate le passerelle del pret-à-porter: liberato dai problemi del restringimento e dello scolorimento, accostato a mille altri capi dello stesso tessuto, sensualizzato, iper-styl-izzato in altezza, larghezza, vestibilità, colore e scolore, decorazione e, infine, depredato del patch Levi's (simbolo della resistenza, con i due carri che tirano verso direzioni opposte) per essere bollato con i loghi delle aziende di moda - e, per questo, ostentato. Divisa del singolo, divisa per "pochi singoli".

Da un paio di decenni ad oggi, i jeans sono ancora il frutto di un'eredità, ma solo di quella storica: sono tornati ad essere degli overalls, innovando nelle modalità ma non nella sostanza: sono tornati ad essere degli abiti "sopra-tutti" gli altri - per quantità negli armadi, per diffusione trans-generazionale, per versatilità d'occasioni d'uso. E quando si pensa che ne abbia le tasche piene, ecco che il jeans si dimostra pronto a ritagliare nuovo spazio: ce n'è per la sostanza e l'apparenza, come dimostrano i WaterLess Jeans di Levi's (finalizzati a ridurre lo spreco d'acqua nella produzione) versus i Bottom-up di Liu Jo, con la promessa di un miracolo effetto carioca.

Remo Guerrini, autore di "Blue de genes. Piccola storia universale del jeans" (2009), dice, riferendosi agli anni '50, che "il 90 per cento dei giovani americani porta jeans ovunque, tranne (...) a letto". C'è da fidarsi?

 

 

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