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SOCIETA' - Non chiamateli “vecchi”: sono loro che lavorano e aiutano figli e nipoti

21.10.2013 - Rita Proto



SOCIETA' - Welfare 'fai da te': ultima indagine Censis sui collaboratori domestici

Circa il 20% delle famiglie italiane ha una persona bisognosa di assistenza e spende, mediamente, 667 euro al mese per...
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Strano Paese, il nostro. Cresce vorticosamente il numero degli anziani (nel 2015 uguaglierà quello dei giovani) e mentre i ragazzi cercano un lavoro che non arriva, (- 20% per l'occupazione giovanile) aumentano gli occupati over 55: sono 3,45 milioni (+ 24 %). Non solo: non ci sono più "i vecchi" di una volta. Ora gli anziani lavorano, coltivano i loro interessi e fanno una vita attiva. Frequentano palestre, fanno volontariato. Fanno più attenzione alla salute e al benessere : dal 2002 al 2010 sono raddoppiati gli anziani che si tengono in forma camminando o facendo sport all'aperto (53,9%), come anche quelli che prestano attenzione alla qualità biologica del cibo (31,5%) e alla salubrità della dieta quotidiana (23,2%).

Hanno una buona rete di relazioni, vogliono sentirsi utili e impegnati, anche in attività culturali e associative. Diminuisce il numero dei "nonni-sitters" (dal 35,8% del 2007 al 22,5%), ma aumenta, dal 31,9% del 2004 al 47,9%, la percentuale di over 60 che aiuta economicamente figli e/o nipoti.

Questi alcuni dei risultati della ricerca «Gli anziani, una risorsa per il Paese», realizzata dal Censis per l'Anla (Associazione Nazionale Seniores d'Azienda), che è stata presentata il 19 ottobre a Bergamo da Giuseppe Roma, Direttore Generale del Censis, e discussa da Antonio Zappi, Presidente nazionale dell'Anla, lo scienziato Edoardo Boncinelli, il Presidente della Fondazione Esperienza Paolo Campiglia, il Rettore dell'Università di Bergamo Stefano Paleari e l'industriale Mario Mazzoleni.

Si tratta di dati che colpiscono, soprattutto per quanto riguarda la richiesta di "professionisti" da parte delle Aziende, al posto di giovani preparati ma senza grandi esperienze.

Ma eccole, le cifre del Rapporto: nel 2015 gli over 65 raggiungeranno lo stesso numero della popolazione tra 15 e 34 anni: 12 milioni e mezzo di persone. Dal 2007 al 2012, mentre il numero dei giovani occupati è crollato (da 7 milioni 237 mila a 5 milioni 789 mila, quasi 1 milione e mezzo di posti di lavoro persi: -20%), i lavoratori con più di 55 anni sono aumentati da 2 milioni 766mila a 3 milioni 445 mila (+24,5%).

Il 68,8% dei titolari di grandi aziende preferisce gli anziani rispetto ai giovani quando si tratta di competenze gestionali e organizzative, del riconoscimento nei valori aziendali (58,8%), delle competenze specialistiche (51,5%), della capacità di leadership (52,1).

Un dato da approfondire e non solo per evitare uno scontro generazionale: si potrebbe pensare che sia questo trend a lasciar poco spazio ai giovani, spesso costretti a cercare opportunità in altri Paesi. Sarebbe interessante sapere, ad esempio, che adesione c'è, da parte delle Aziende, all'incentivo per chi assume lavoratori " over 50" e  dove e come si articola, concretamente, questa nuova offerta di impiego al "lavoratore esperto".


Condizione dei giovani, 15-24 anni, nei principali paesi dell'UE, 2012 (val. %)

"L'immobilismo strutturale del nostro mercato del lavoro- spiega il Rapporto- un sistema di tutele pervasivo e capillare per gli insiders e del tutto vago per gli outsiders; e ancora, gli effetti delle riforme attuate (la riforma sulle pensioni in primis) e i mancati effetti di quelle che da anni attendono di essere fatte (la riorganizzazione del sistema dei servizi per il lavoro), hanno contribuito ad alimentare proprio rispetto al lavoro una divaricazione generazionale insostenibile per il Paese. Divaricazione che la crisi ha fatto esplodere in tutta la sua portata."

Di sicuro non si può che essere d'accordo sul fatto che gli adulti siano portatori di un patrimonio culturale e professionale ma anche sul fatto che questo non debba trasformarsi in un ostacolo alle potenzialità di idee e creatività dei giovani. Bisognerebbe pensare, ora più che mai, a delle "sinergie" tra generazioni.

Ma la crisi che stiamo vivendo è grave e se i nonni continuano a lavorare, aumentano i giovani che si collocano di fatto fuori dal mondo del lavoro: negli ultimi anni, la quota di giovani celibi e nubili di 15-34 anni che vivono in casa con i genitori è cresciuta ulteriormente arrivando al 61% circa, secondo una elaborazione Censis su dati Istat.

Dei circa 6 milioni 85 mila giovani italiani di età compresa tra 15 e 24 anni, il 59,1% si trova inserito in un percorso formativo, il 18,6% ha un lavoro, il 10,1% lo sta cercando, mentre il 12,2% non fa nessuna di queste cose.

Eccoli, i NEET, acronimo inglese di "Not (engaged) in Education, Employment or Training", giovani che non studiano, non lavorano, e non cercano alcun tipo di occupazione, ma preferiscono stare a casa. Un fenomeno molto diffuso nel nostro Paese,    (vedi fig. 9), confrontando i dati relativi alle altre nazioni europeee dove, in media,  il 51,1% dei giovani è in formazione, il 32,9% ha già un lavoro e il 9,7% lo cerca attivamente, mentre appena il 6,3% decide di restare a casa.

Non chiamateli però "bamboccioni" o "sfigati". A meno che preferiscano che nonno vada a lavorare mentre restano vacanti posti per il servizio civile, per la ricerca di panettieri, magazzinieri, pizzaioli e apprendisti artigiani.

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