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domenica 09 agosto 2020

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Recensione film: Wendy and Lucy

10.01.2013 - Claudia Fiorentini



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Wendy and Lucy” è un film che, pur dicendo poco con le voci, mette in questione innumerevoli aspetti dell’esistenza umana: la voglia di mettersi alle spalle un passato che la storia non concede allo spettatore, l’amore per un cane, simbolo di un affetto disinteressato e fanciullescamente irrinunciabile, il mettersi in viaggio verso il nord, in un modus che ricorda tanto l’epopea del Supertramp di “Into the wild”. Wendy è diretta in cerca di fortuna in Alaska, una macchina, il suo adorato cane Lucy ed uno zaino carico gli unici residui della sua vecchia vita. Fermatasi per la notte in una cittadina dell’Oregon, la scomparsa all’indomani dell’adorata Lucy avvierà un processo di smarrimento interiore alla protagonista, che tra le disperate ricerche del cane scaverà silenziosamente al proprio interno. La regista di Miami Kelly Reichardt utilizza un registro scarno, puntando tutto, o quasi, sull’interpretazione di Michelle Williams, conosciuta ai più per la serie tv “Dawson’s Creek” e per esser stata moglie dello scomparso Heath Ledger. L’attrice non delude, sono i suoi occhi e le sue espressioni a restituire al pubblico le sensazioni predominanti dello script, solitudine, angoscia, disorientamento. La troviamo qui trasformata ancora, l’adolescente pienezza di “Dawson’s Creek” e i capricciosi panni da superdiva di “Io non sono qui” di Todd Haynes sono lontani, vestita in modo sciatto, porta un caschetto bruno che la fa somigliare ad un uomo, anche per disilludere le fastidiose avances che avrebbe potuto incontrare nel suo viaggio verso l’Alaska. E come nel film di Sean Penn la nostra girovaga incontrerà un anziano che le darà aiuto, senza chieder mai nulla in cambio, personaggio, o deus ex machina, che riporterà Wendy a fidarsi della natura umana, sciogliendo quella contrattura sociale che i suoi sguardi nei confronti del prossimo sembrano palesare. I magnifici luoghi e le musiche di Eddie Vedder che tanto e bene hanno contribuito alla riuscita di “Into the wild” sono qui assenti, ma l’ottimo lavoro di sceneggiatura ha riportato appieno nell’immaginario comune le sensazioni di una vita, e di un film, itinerante. La città dell’Oregon è essenzialmente tappa di un qualcosa di più grande, che parte da lontano per arrivare lontanissimo, le emozioni di una vita da scoprire come quella di Wendy magnificano la visione. Lodabile il buongusto della sceneggiatura di affrontare con garbo il rapporto cane-padrone, l’animale sarà in video per non più di un quarto d’ora, e questo lascerà campo alla narrazione di un sentimento quanto mai misterioso ed empatico. Un buon lavoro di cinema indipendente americano, che descrive sensazioni contrastanti senza parlarsi mai addosso, senza ammiccare mai, senza fare della facile demagogia cinematografica.

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