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giovedì 06 agosto 2020

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Recensione film: The Shaft

18.03.2013 - Claudia Fiorentini



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Tre episodi che raccontano, nella Cina dell'Ovest, altrettanti spaccati della dura realtà sociale di quella fetta di Paese, una famiglia al centro di tutto, padre, figlio e figlia si divideranno tra quelle che sono le proprie aspirazioni e i loro sogni, dovendosi costantemente scontrare con la grigia realtà di una società ostica come quella cinese. Zang Chi fa il suo esordio, una vera e propria costante dei film in concorso a Torino, con una pellicola che vuole inquadrare la realtà sociale di una Cina remota, per i cui abitanti Pechino è una chimera inarrivabile, e l’arrivarci giustifica la voglia di tagliare i ponti con la vita che si era vissuta fino a quel momento, vicini alla miniera. Una zona dove si è minatori prima di uomini, dove il superamento dell’esame per accedere alle Università del Paese è l’unico sbocco possibile, anche se difficile. Merito del regista è quello di trattare, appigliandosi ad una struttura narrativa divisa per episodi, tematiche come la condizione della donna, l’incertezza del futuro dei nuovi cinesi che vivono al margine del boom economico, l’abisso generazionale che caratterizza la Cina in modo quasi viscerale. I primi venti minuti lasciano presagire un’asciuttezza straordinariamente efficace, il movimento indipendente cinese che non china il capo al regime ed ha il coraggio di urlare contro una società arretrata ed ipocrita qui trova un suo degno esponente, ma questa sensazione si abissa ben presto, precisamente quando il regista fa scelte stilistiche discutibili. Si riferisce, nell’uso della colonna sonora e delle inquadrature, al grande cinema nazionale d’impatto, trasmettendo emozioni oltremodo sottolineate ed ostentate, che producono una sterzata, anche narrativa, di cui davvero non si sentiva l’esigenza. E così il film costruisce il suo percorso, l’epopea di una famiglia appena sfiorata dal progresso, dove la bellezza della figlia la ingabbia in uno stereotipo di stampo medievale, additandola di colpe non sue ed arrivando anche a darla in matrimonio combinato ad un possidente cittadino. Il fratello non vuole finire in miniera come il padre, ed allora quella Cina nuova che lo accarezza, in cui tutto è possibile, gli instilla il tarlo di un successo come pop star, non avendo né i mezzi né il talento per sfondare si troverà anche ad essere truffato dal neonato Chinese Dream. Un affresco dai vari spunti interessanti, che però avrebbe meritato una maggior coerenza stilistica da parte del suo neofita demiurgo che, forse, non ha avuto il coraggio necessario per portare fino in fondo un film del genere e per spiattellarlo lì ai propri connazionali.

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