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Recensione di Buio nell’anima

10.05.2013 - Claudia Fiorentini



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New York, giorni nostri. Erica Bain ama la città. Non potrebbe vivere altrove. Conduce un programma radio in cui la racconta attraverso i rumori di ogni sua via, di ogni suo angolo. Poi la tragedia. Lei e il suo ragazzo vengono massacrati a Central Park, in un tunnel già teatro di una scena cruda ne La 25ma ora di Spike Lee. Lui muore, lei resta in coma per tre settimane. Di lì a poco diventa una specie di giustiziere della notte al femminile. Anche se ad una prima letta la trama può sembrare ritrita, in realtà lo spettacolo confezionato dall’ottimo irlandese Neil Jordan (Michael Collins, Breakfast on Pluto) risulta una sorpresa. Il ruolo di Erica viene affidato a Jodie Foster, forse ancora la migliore ‘action girl’ in circolazione nonostante l’anagrafe, che sa darle quella giusta freddezza e quel disincanto di cui il suo personaggio ha assoluto bisogno per la riuscita del film. Certo nelle battute iniziali sembrava alquanto insolito vedere la Foster interpretare la parte di fidanzatina innamorata, ma dopo saprà come rifarsi. Il suo ragazzo è interpretato dal londinese di origini indiane Naveen Andrews, che dal nome non dirà nulla ai più, è infatti meglio conosciuto come Sayid, l’irakeno disperso di Lost. Ma la figura maschile predominante di The Brave One, questo il titolo originale, è il detective Mercer. Nota di merito assoluta per l’attore che lo interpreta, l’afroamericano Terrence Howard, già apprezzabilissimo in Crash e, a mio parere, degno successore dell’immenso Denzel Washington. Sicuramente meno fisico nell’approcciare le parti rispetto al collega, non ha ancora il carisma da protagonista, ma forse risulta ancora più intenso in alcuni ruoli drammatici. Ma, a parte l’ottimo cast, il dettaglio che fa del film un prodotto da segnalare, è l’atmosfera che l’irlandese Jordan ha voluto assegnare a New York e della quale forse non sarà stato contento il sindaco newyorkese Bloomberg, anche lui di origine irish. L’eccessiva criminalità rappresentata fa assomigliarla sempre di più a Gotham City piuttosto che ad una metropoli sicura come la protagonista per anni l’aveva descritta in FM (a NY i programmi in AM sono scadenti e popolari come si fa notare in una scena). La Mela che al di fuori sembrava quasi accecante nella sua lucentezza, in realtà al suo interno è marcia. E proprio questi pericoli che si nascondono ovunque portano Erica ad aver paura di ogni passo che muove fuori dalle quattro mura. È la paura il sentimento dominante del film, ancor più dell’odio e del rancore esplosole dentro dopo l’uccisione del suo compagno. La paura di ogni voce, di ogni volto, di ogni rumore sinistro, di ogni accento ispanico in lontananza. Significativo che si passi dall’ambientazione luminosa delle prime scene a quella tetra e buia di tutto il resto della pellicola. Infatti Erica inizierà a muoversi solo di notte. E proprio di notte, come Batman, farà giustizia a modo suo. Un film sicuramente da vedere perché sa di fumetto iperrealistico, non annoia mai e non appare scontato. Rimandato però il finale. Certo che usciti dalla sala non si ha certo voglia di trovarsi in un vagone della metropolitana che porta da Harlem a Soho, ma non fatevi ingannare dall’apparenza, quella del film è Gotham City, non New York, lo dice anche Bloomberg...

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