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lunedì 25 marzo 2019

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Recensione film: Prince of Broadway

03.06.2013 - Claudia Fiorentini



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Il regista e sceneggiatore Sean Baker, 37enne newyorkese torna, con questo film, a porre l’accento su New York, e sull’intricato tessuto etnico-sociale che la compone. Lucky è un immigrato clandestino ghanese che si guadagna la pagnotta, ed anche qualcosa in più, vendendo merce firmata contraffatta a Broadway, New York. La sua vita sembra scorrere fluida, tra droghe, vestiti alla moda e una donna che, a modo suo, ama, fino a che una sua ex di origine portoricana gli recapita un pacco a dir poco oneroso: un bambino. Non avendo la sicurezza della paternità, vista anche la carnagione chiara, Lucky prende comunque con sé il bimbo, e quella che doveva essere una convivenza temporanea finirà per diventare qualcosa di più, che cambierà radicalmente l’intera esistenza del protagonista. Il regista e sceneggiatore Sean Baker, 37enne newyorkese, al suo terzo lungometraggio dopo “Four letter words” (2000) e “Take out” (2004), torna a porre l’accento su New York, e sull’intricato tessuto etnico-sociale che la compone. L’aggressività urbana tipica della Grande Mela non perde colpi dietro la macchina da presa, quasi perennemente a spalla, del cineasta, anzi. Sequenze caotiche e un montaggio frazionato, forse troppo nel complesso, filtrate dall’occhio di un’innocenza infantile, tutte sensazioni sgraffignate da una vivida realtà mediante la selezione di una cifra radicalmente naturalistica. Un’aderenza alla realtà che affibbia credibilità ad una pellicola che, altrimenti, avrebbe potuto banalmente inciampare nel macchiettistico, in un senso, o nel mockumentary, in un altro. Ed invece ci si trova di fronte ad una climax emotiva inattesa, retta soprattutto dall’ottimo personaggio, e l’ottimo interprete, di Lucky, il quale riconsegna la singolare conformazione di una virilità moderna. Il re del quartiere, che vive senza limiti o relazioni fisse, e che impara passo dopo passo ad amare un bambino lo si è visto innumerevoli volte sullo schermo, ma in una salsa priva di originalità, qui invece il finale non arriva come naturale conseguenza di una data e certa idea di cinema, ma come tappa, o meta, di un percorso marcatamente introspettivo del protagonista, dove viene anche lasciata aperta una porta sul retro e le certezze tangibili abitano solo i sentimenti di Lucky. Merito a Sean Baker, e a Prince Adu, di aver riportato fedelmente, e con mezzi modesti, uno spaccato della black life e del calderone sociale più in generale di New York City, attraverso una storia che strappa sorrisi alternati ad amare riflessioni, sfilacciandosi comunque un po’ nel finale, dove sembra voler annacquare troppo la minestra quando non ce ne sarebbe davvero bisogno.

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