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venerdì 24 maggio 2019

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Recensione film: Momma's man

09.06.2013 - Claudia Fiorentini



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Una dimensione temporale lunga e vorticosa la caratteristica essenziale del terzo lungometraggio di Azazel Jacobs, figlio di quel Ken Jacobs (che vediamo comparire nei panni del padre qui) che con i suoi lavori e il suo impegno nell’arte visiva ha dato un apporto notevole al movimento underground del cinema newyorkese. “Momma’s man”, l’uomo di mamma, comunica un disagio preminente e totalizzante che paralizza il protagonista, che, tornato nella sua New York per motivi di lavoro, non riesce più a tornare alla sua nuova vita losangelina, in cui aleggiano le forti presenze e le onerose responsabilità di una moglie e di una figlia a carico. Nel periodo in cui Mike, il cui nomignolo Mickey ostentato di continuo accentua la sfumatura infantilisitica del suo personaggio, resterà nella casa in cui è cresciuto, si configurerà in lui una personalità sorniona ed a tratti nostalgica, il bamboccione per scelta cercherà i vecchi amori e gli amici di un tempo, ma ben presto questo desiderio di ‘rimpatriate’ si trasformerà in un’immobile implosione intestina all’animo del personaggio. Disagio che rinchiuderà in casa Mickey, che lo porterà ad annullarsi e ad isolarsi in una scatola a chiusura stagna. La forma visiva che Jacobs sceglie per esibire l’impianto narrativo della sua opera è senza filtro ed iperrealistica, al punto da ricavarne in qualche fotogramma un riscontro sullo schermo paradocumentaristico, al quale una direzione mai volutamente costruita o governata del cast da man forte in ogni singolo fotogramma. L’ignoranza condivisa a più livelli delle motivazioni dei comportamenti del personaggio è resa eccezionalmente, in particolar modo perché la storia stessa non ne possiede gli strumenti di decodifica richiesti, pubblico e cinema si troveranno così a porsi la stessa domanda senza risposta data, in una rara tangenza che la settima arte avrà con chi ne fruisce. Cinema incredibile per quanto significativo, forse non eccessivamente indagato laddove ci si sarebbero potute sporcare le mani un po’ di più, ma che nel complesso funziona, riportando fedelmente la sensazione universale della difficile relazione con gli altri, ma soprattutto con sé stessi, in quei momenti in cui ci si guarda allo specchio e si respinge l’accettazione dell’esistenza che si sta portando avanti, nascondendosi tra le rassicuranti braccia di una madre premurosa che forse sin dall’inizio ha compreso l’esigenza istintiva del figlio.



















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