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La sentenza n. 16237/2013: il reato del medico da colpa lieve non esiste più?

30.01.2014 - Claudia Fiorentini



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La Corte di Cassazione, con la sentenza 16237/2013, ha evidenziato come l’articolo 3 della legge 8 novembre 2012, n. 189 abbia determinato una parziale abrogazione di tutte quelle fattispecie colpose commesse da chi esercita le professioni sanitarie, nello specifico, sia quelle contenute nell'art. 589 c.p., sia nell’art. 590 c.p., poiché ha eliminato la rilevanza penale delle condotte caratterizzate da colpa lieve, che rientrino nell’area segnata da linee guida o da pratiche mediche virtuose, purché esse siano accreditate dalla comunità scientifica.
Nella fattispecie all'esame della Suprema Corte, l'accusa atteneva all'esecuzione, in una struttura sanitaria privata, di un intervento di ernia discale in recidiva, nel corso del quale erano state lesionate la vena e l'arteria iliaca; l’imputato, medico chirurgo che aveva effettuato l'operazione, aveva ordinato il ricovero della paziente in un nosocomio attrezzato per un intervento vascolare riparatorio in caso di urgenza, ma l'esito fu comunque infausto giacché, nonostante il tempestivo intervento in laparotomia, la paziente era deceduta a causa di una grave emorragia. La sentenza di primo grado aveva affermato la responsabilità in capo al medico chirurgo per la sua condotta commissiva in riferimento all'erronea esecuzione dell'intervento di rimozione dell'ernia. Tale decisione si basava sulla violazione della regola precauzionale, affermata in letteratura sanitaria, di non intervenire ad una certa profondità, e di non procedere ad una pulitura radicale del disco erniario, proprio al fine di evitare ogni eventuale complicanza connessa ad una lesione vascolare nella zona dell'intervento. Tale valutazione era stata accolta anche dalla Corte d'Appello. Nel ricorso per Cassazione, il medico aveva dedotto che, in base al citato articolo 3 della legge 8 novembre 2012, n. 189, sarebbe stata introdotta nel nostro ordinamento un'abolizione, seppur parziale, della fattispecie di omicidio colposo. Il caso oggetto del processo era riconducibile alla nuova disciplina. I giudici hanno cercato di stabilire se esista una buona pratica chirurgica che determini di non introdurre l'ago oltre una certa profondità e se, in relazione alle accreditate linee guida, fosse riscontrabile nel comportamento dell’imputato una colpa non lieve. Immergendosi nell'analisi dell'impatto della nuova disposizione, si rileva come essa introduca due innovazioni dal certo impatto: la differenziazione, in relazione all’elemento psicologico del reato, tra colpa lieve e colpa grave e la valorizzazione delle linee guida e delle pratiche terapeutiche virtuose coordinate dal
know-how scientifico, in relazione alla colpa del medico chirurgo nella sua attività. In questo caso la Cassazione ha affermato che le linee guida, «pur rappresentando un importante ausilio scientifico, con il quale il medico è tenuto a confrontarsi, non eliminano l' autonomia del medico nelle scelte terapeutiche», e non eliminano, perciò, nemmeno la discrezionalità tipica del giudizio di colpa: «il giudice resta, infatti, libero di valutare se le circostanze concrete esigessero una condotta diversa da quella prescritta dalle linea guida stesse». Esse diventano per il giudice un mero «strumento per valutare la condotta del sanitario», ammettendo inoltre che «alle raccomandazioni cliniche scritte, provenienti da fonti autorevoli e caratterizzate da un adeguato livello di scientificità, non può non attribuirsi un ruolo importante quale atto di indirizzo per il medico e quale punto di partenza per il giudice, chiamato a "misurare" la diligenza del medico».
Infine, si è affermato che le linee guida assumono rilevanza ai fini dell'individuazione della responsabilità medica solo nei casi in cui indicano standards diagnostico-terapeutici conformi alla regole suggerite dalla migliore scienza medica per la garanzia della salute del paziente e non risultino ispirate a mere logiche di economicità della gestione, per una politica di risparmio in contrasto con le esigenze di cura del paziente. Potranno, inoltre, essere utilizzate come parametro per l'accertamento dei profili di colpa rintracciabili nella condotta del medico solo quelle linee guida che risultino conformi alle regole della migliore scienza medica: in questo caso, proprio attraverso i precetti contenuti dalle linee guida il giudice potrà trovare eventuali condotte da censurare, onde necessario utilizzando perizie finalizzate alla verifica dell'esistenza di eventuali particolarità del caso in concreto, capaci di indicare un iter diagnostico-terapeutico alternativo rispetto a quello indicato dalle linee guida. Per valutare se il medico abbia operato in maniera corretta, e il suo comportamento non sia penalmente censurabile, il giudice deve sempre verificare, come si è già visto in precedenza, «il rispetto delle regole di prudenza che l'ordinamento impone, la cui inosservanza può ragionevolmente collocarsi nell'ambito della colpa generica».






 

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