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giovedì 09 aprile 2020

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Recensione film: Il Petroliere

La caccia all’Oro Nero e la scalata verso l’Oscar!

23.02.2008 - Enrico Rossignoli



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Accade all’inizio del ‘900, un cercatore d’oro, Daniel Plainview, scopre casualmente un pozzo petrolifero. Da quel giorno comincia la caccia alla nuova ricchezza, distese non coltivabili di deserto e rocce diventano il futuro dell’economia statunitense.

E’ l’alba del sogno americano diretta dal visionario talento di Paul Thomas Anderson, già apprezzato per la regia di Magnolia e Boogie Nights. Un racconto di vita tratto da “Oil!” (1927) di Upton Sinclair, romanzo che preannuncia la grande depressione del ’29 e la crisi dei valori a stelle e strisce nella spietata caccia all’oro nero.

Un’opera lirica moderna incarnata nella figura di Daniel Day Lewis, petroliere padre acquisito fedele solo al proprio successo. Il suo ritorno nelle sale vale un cavalcata verso l’Oscar, dopo quello vinto per Il Mio piede Sinistro e la candidatura per Gangs of New York. L’attore londinese si esalta con un’interpretazione sopra le righe: Daniel Plainview

è un minatore eccentrico che un giorno trova un neonato. Lo cresce come fosse suo figlio fino al giorno in cui il giovane perde l’udito in un incidente. Dopo l’evento il padre sarà costretto ad allontanarlo in una scuola per sordi, continuando però ad amarlo e ad insegnargli il mestiere.

Anderson dirige un western sull’ambizione e la voracità del profitto contro ogni barriera morale. E’ sicuramente la pellicola più introspettiva e sentita del 38enne regista, che in soli 5 film ha già affrontato molti generi. I primi 15 minuti sono puro cinema muto, silenzi accompagnati dalla graffiante chitarra di Jonny Greenwood dei Radiohead.

La lunga strada del business contro ogni etica, religione e legami sentimentali. L’epopea di Daniel si realizza attraverso la sua misantropia, nello scopo di arricchirsi per allontanare se stesso dal resto del mondo. Egli evita il prossimo poiché ne vede solo il lato peggiore, sentendo addosso solo l’ansia della competizione. Utilizza cinismo e schiettezza nel giudicare i moralismi altrui.

Anderson ingaggia un duello monumentale con i pilastri del cinema classico: “Quarto Potere” di Welles, “Il Gigante” di Stevens e il sesto senso per gli affari dell’ aviatore Howard Hughes. Ottiene 8 nomination tra cui miglior film, regia, attore protagonista e una prestazione simbolica del promettente Paul Dano nel ruolo del profeta/predicatore.

Un film dalle molteplici interpretazioni metaforiche che di certo rimarrà grandioso nel suo genere non solo per i cinefili.

“Ci sarà del sangue”, dice il titolo originale, probabile che si riferisca al colore e all’indifferenza USA con cui spesso viene confuso.

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