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lunedì 25 maggio 2020

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Il cerchio ristretto

La sala S. Rita ospita la mostra fotografica della giovane Anastasia Khoroshilova

03.03.2008 - Chiara Comerci



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29 anni bastano alla giovane Anastasia per approdare a Roma con le sue opere, preceduta da una fama già internazionale. Fino al 3 aprile 2008 sarà possibile visitare, nello spazio raccolto della sala S. Rita, le fotografie che la giovane artista russa ha scattato in una scuola ebraica di Mosca.
La ricerca che ha portato Anastasia a dedicarsi a questo piccolo gruppo di studenti (16 in tutto) è parte di un progetto avviato già da tempo, quello di ritrarre soggetti di piccole realtà sociali o religiose. In questo caso il visitatore è trasportato quasi fisicamente nella scuola ebraica di uno stato – la Russia – policonfessionale, che rende questa comunità, appunto, un “cerchio ristretto”. Ma la volontà antropologica ed indagatrice della giovane fotografa segue un intento ben preciso: evitando sia il reportage, che come documentario ha durata relativa, “fino all’uscita del numero successivo della pubblicazione”, sia il ritratto, che è finalizzato alla resa degli aspetti più interiori del soggetto, per non parlare della messa in posa, che è una “messinscena”, la Khoroshilova propone delle fotografie assolutamente “de-estetizzanti”, caratterizzate da una luce fredda e a volte impietosa. Ma allo stesso tempo i ragazzi hanno una propria autenticità, un carattere, un orgoglio. Le pose sono state scelte dagli stessi soggetti, l’artista ha scelto invece le proporzioni, comprendendo nella figura intera anche lo spazio – comune a tutti i ragazzi ritratti – dell’appartenenza ad uno stesso progetto di vita, ad una storia religiosa. Testimonianza di un concetto di comunità che però non prescinde da personalità individuali fortemente connotate. Assieme agli oggetti rituali che i ragazzi indossano possiamo vedere infatti un certi tipo di abbigliamento, che rispecchia la comunità “globalizzata”: jeans abbondanti, cappelli con visiera, un certo atteggiamento nella postura. E poi lo sguardo fisso negli occhi di Anastasia, e nei nostri.
Una comunicazione forte, personale.
La mostra è essa stessa un “cerchio ristretto”: si entra nel circolo dei ritratti solo dopo essere passati obbligatoriamente davanti ad un pannello specchiato, e dopo aver quindi preso coscienza della propria fisicità, del proprio “esserci”, oltre che della chiusura che caratterizza questo gruppo. La parete specchiata è “impermeabile” all’esterno: anche se il visitatore può entrare nel cerchio e conoscere l’altro non ci sono possibilità di “contaminazione”.

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