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giovedì 02 aprile 2020

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Gregory Crewdson

15.03.2008 - Luigia Bersani



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http://www.flickr.com/photos/guyhepner/663958811/

Per capire Gregory Crewdson bisognerebbe immergersi in una realtà che probabilmente, per la maggior parte delle persone abituate a vivere la frenesia cittadina, può essere solo immaginata: quella di un’America suburbana e provinciale, una realtà costruita su villette in legno e gente comune, una realtà quanto più possibile lontana dall’idealizzata grandezza del nuovo continente. Le fotografie di Crewdson non cercano la spontaneità di attimi resi immortali da uno scatto, sono foto talmente studiate e create meticolosamente nel dettaglio, che si avvicinano piuttosto ad essere considerate set cinematografici, ed è proprio rispetto alla cinematografia che Crewdson vuole fare un confronto con la vita “normale” , di persone “normali”, in luoghi “normali”; da una parte abbatte il mito hollywoodiano inserendo come soggetti delle sue opere attori famosi rappresentati in comuni vesti domestiche, dall’altra inserisce un po’ di cinema in ognuna delle sue foto rendendole parlanti, narrative: in ogni immagine si intravede una storia che, con un po’ di fantasia, può trovare una sua compiutezza in un inizio e in una fine. Il mondo che Crewdson descrive vorrebbe essere, in linea teorica, un mondo dominato dalla serenità, dalla sicurezza di una quotidianità semplice; raffigura immagini comuni a chiunque, scene di vita casalinga, momenti di normale vissuto, per strada, in giardino, in casa, al supermercato…ma ciò che lascia senza fiato chi osserva le sue opere è l’evidente senso di inquietudine che queste trasmettono; dietro ogni volto si nasconde uno sguardo intimamente spaventato, in ogni luogo raffigurato si scorgono elementi che rendono in qualche modo anomala la linearità delle scene che la foto racconta, negli occhi dei soggetti rappresentati risulta difficile non leggere uno stanco niente, volti ipnotizzati dalla loro stessa alienazione, o forse da qualcosa di ancor meno spiegabile e certamente incomprensibile dalle immagini della foto. È proprio questa antitesi tra ciò che dovrebbe rappresentare l’emblema massimo del rifugio sicuro e questa ansia misteriosa che vive tra le sue pareti che qualifica Crewdson come un attento osservatore della più profonda vulnerabilità umana e delle paure più inspiegabili che ne derivano. In ogni foto si ritrovano elementi ricorrenti come donne immobili, disorientate al centro di una stanza qualunque, tavole apparecchiate per qualcuno che atteso non arriva, automobili a motori spenti ferme in mezzo a quelle lunghe, infinite, isolate strade americane che in queste immagini sono ben lontane dal tipico richiamo del “kerouacchiano” viaggio “on the road”. Tutti elementi che in qualche modo sono capaci di comunicare un profondo stato di angoscia per la rassegnata accettazione di vite statiche portate faticosamente avanti da una lenta inerzia. Crewdson, descrivendo questo tipo di realtà agisce sugli osservatori delle sue opere nel modo più diretto immaginabile: li spaventa. Insinua con i suoi scatti un panico così forte che il risultato per chi ne viene colpito non può essere che quello di reagire scappando proprio da quel mondo annichilito che il fotografo americano descrive.

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