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sabato 04 aprile 2020

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Recensione film: Grande, grosso e Verdone

Grande corsa alle sale per il nuovo film di Verdone, che ha sbancato il box office nei primi tre giorni di programmazione.

16.03.2008 - Marco Bolsi



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Titolo: Grande, grosso e Verdone
Regia: Carlo Verdone
Cast: Carlo Verdone, Claudia Gerini, Geppi Cucciari, Eva Riccobono
IMDB:
 
Voto: 80/100

 

Grande corsa alle sale per il nuovo film di Verdone, che ha sbancato il box office nei primi tre giorni di programmazione. Tornano sullo schermo personaggi già noti, una parodia dell’italiano medio, con i suoi vizi e i suoi vezzi, pronto a criticare il sociale e il politico, e perché no a farci divertire grazie ad una comicità spontanea e bonaria. Ritroviamo il simpatico Leo, che portava in giro la romanissima nonna piena d’acciacchi e bisognosa di affetto, sposato con Tecla da cui ha avuto due figli che hanno ereditato per un fattore genetico la stessa voce del padre un po’ grottesca ma che fa sempre ridere. Una famiglia semplice, dai buoni valori, che in qualche modo è espressione della parte più candida della nostra società, un po’ bambocciona. Questa volta sono alle prese con la salma della mamma da poco defunta che dovrà passarne delle belle prima di poter riposare in pace.
Il secondo episodio vede il notissimo Furio, dottore pignolo e pessimo marito, che ha cambiato nome in Callisto ed è diventato professore di Arte Medievale presso La Sapienza. Potremmo dire una sorta di Dottor Jekyll e Mr. Hyde: di giorno è un maniaco dell’arte, profondamente colto e appassionato della materia, di notte si trasforma in un puttaniere incallito che conosce a menadito le zone migliori di Roma per trovare una prostituta. E qui la satira politica si fa forte con la figura dell’amico parlamentare corrotto che adotta l’ostruzionismo a vita per non far passare i progetti di legge.
Dulcis in fundo la coppia più volgare di Roma, i mitici Jessica e Ivano, ribattezzati con stile Enza e Moreno, che gestiscono cinque negozi di cellulari e hanno un figlio Steven che non ne vuole sapere di parlare coi genitori. S’intravede quindi un’evoluzione rispetto ai precedenti: Viaggi di nozze si concludeva con loro due che avevano trovato un appartamento in un nuovo quartiere, in un’atmosfera di sogni e di aspirazioni infranti che qui sembrano ritrovare il loro slancio vitale. Insomma un ritorno al “famolo strano” che irrimediabilmente diventa “famolo normale” con la posizione della “samaritana” che non stanca mai. Un inno inoltre alla moda imperante di questi tempi di riprendere ogni cosa col telefonino e di mandare agli amici foto, filmini di tutto quello che ci succede, trova qui la sua apoteosi, il climax ascendente di ciò che di più trash e volgare possa esistere.
Insomma una commedia corale che non stanca, un Verdone tradizionalista ma innovativo che ripropone personaggi simili ma inseriti in contesti diversi. Un iniziatore di questo genere che ha riportato in auge la commedia italiana negli anni ’70-‘80 dopo la grande parentesi di registi come Fellini, De Sica, Monicelli, Risi che ne hanno delineato i caratteri principali. Un ritorno agli esordi, quindi, una messa in scena di un teatro macchiettistico che molto spesso viene considerato inferiore, quasi un sottogenere, per le sue gag ormai sperimentate e per una comicità che potremmo definire popolare. Una vena nostalgica che non dispiace allo spettatore medio, un divertimento elementare e diretto, ma efficace, in grado di far rivivere il passato ai più grandi e di far conoscere il Verdone degli esordi alla generazione più giovane.

 

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