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lunedì 06 aprile 2020

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Recensione ed interviste: Noi due sconosciuti

08.06.2008 - Riccardo Antonangeli



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Paura e trepidante speranza accompagnavano l’uscita della prima pellicola “americana” di Susanne Bier, talentuosa regista danese di piccoli capolavori quali “Non desiderare la donna d’altri” e “Dopo il matrimonio”. Fortunatamente “Things we Lost in the Fire” ha ben poco di americano, a parte produzione e attori. La Bier riesce infatti, grazie ad una sapiente regia, a regalare una sensibilità tutta europea al film, ravvivando così una sceneggiatura molto poco originale.
Tutto andava bene, tutto era bello. Quando però il tonto ma buonissimo Brian muore da eroe, lasciando un vuoto incolmabile nelle vite dei figli e della bella moglie Audrey, la vita idilliaca della famiglia perfetta si trasforma in un Paradiso perduto. Bisogna tuttavia saper trovare il Bene anche nel Male più irrimediabile; ed ecco Jerry, eroinomane sbandato amico di Brian, che Audrey prima odiava e ora invece invita a vivere nel garage di casa. Tra i due ben presto si instaura un rapporto particolare, di bisogno reciproco: lei aiuta lui a disintossicarsi, lui invece, nuova figura maschile, rende meno terribile la solitudine di lei e dei figli, sostenendoli nel difficile cammino verso l’accettazione finale del lutto.
Morte, redenzione, resurrezione, sono solo alcune delle molteplici anime di un racconto che esplora davvero a fondo la reazione umana di fronte alle imprevedibili bizze del Fato.
Jerry, caduto nell’abisso della droga, incapace di uscirne e di raddrizzare il proprio destino, si ritrova a dover prendere il posto dell’amico Brian (che dalla vita invece aveva avuto ogni cosa: amore, famiglia, lavoro) e a diventare l’ancora di salvezza della moglie e dei figli, tre “sconosciuti” i cui destini dipendono ora solo da lui. La morte del migliore amico si trasforma così per Jerry nella svolta della vita, un’ultima possibilità di redenzione da non farsi sfuggire.
Benicio Del Toro ed Halle Barry danno vita a due personaggi “veri”, tratteggiati dalla Bier con una grazia davvero inconsueta. Entrambi cercano disperatamente una via di fuga dalla realtà: lui attraverso la droga, lei proprio attraverso Jerry, nel tentativo di nascondere dietro la “presenza” del nuovo inquilino l’ “assenza” del marito, non accettando così la triste realtà.
Le loro vite sono ormai legate da un nodo indissolubile, e la redenzione di Jerry, che sconfiggerà la personale battaglia contro la dipendenza, coinciderà con la resurrezione di Audrey, che riuscirà alla fine a vivere il lutto, a piangere, una volta compreso che Brian non potrà mai essere sostituito con nessuno perché per sempre perso nel fuoco.
Jerry aiuterà, e sarà a sua volta aiutato, anche i due bambini, che abbandonati dal padre si appigliano a lui per non sprofondare nella disperazione. Il contrasto fra il burbero viso di Jerry e quelli invece dolci, angelici dei piccoli è l’ennesimo fantastico chiaro-scuro attraverso cui la Bier dipinge un commovente affresco della vita di uomini, a metà fra forza e debolezza, morte e rinascita, bene e male.


Incontro con la regista Susanne Bier

Come si è trovata a lavorare con due star del calibro di Benicio Del Toro ed Halle Barry?
Molto bene, perché sono dei grandi attori. E’ più o meno lo stesso lavoro perché comunque il mio obiettivo in quanto regista è di trovare sempre i momenti sinceri. L’unica cosa un po’ diversa è l’entourage che gira intorno a star del genere e quindi la struttura del lavoro cambia, è più difficile. Arrivavano sul set accompagnati da 5 macchine! Quando però si trovano sulla scena tutto cambia e vogliono come me trovare i momenti di verità. Benicio Del Toro poi è geniale, davvero creativo. Si presentava sempre con mille idee, preparatissimo poi sul personaggio.

Com’è nato e com’è stato il suo arrivo in America?
Mi erano stati proposti circa 200 script per venire a girare negli Stati Uniti. Solo dieci però mi sembravano interessanti. Di questi dieci poi quasi tutti erano già stati scelti da registi più importanti di me, tipo Ridley Scott. Ho trovato questa storia molto toccante, i personaggi non erano fittizi ma persone vere, la cui storia mi ha davvero commosso. Ho incontrato così la Dremworks, ed è stato fantastico, mi hanno lasciato sin dall’inizio fare ciò che volevo. Non mi sono mai sentita inibita. Spingevano anzi affinché facessi un film mio, personale e non americano. In questo senso quando ho cambiato l’inizio e la fine del film non mi hanno assolutamente osteggiata.

Sembra esserci un filo rosso che lega tutti i suoi film: un triangolo amoroso con morte. E’ una sua ossessione cinematografica?
E’ vero, è divertente. Non so dire perché. In questo caso però non l’ho scritta io la storia, ed il triangolo amoroso non è il motivo per cui l’ho scelta. Forse se devo esser sincera sono affascinata dai fratelli e dalle relazioni d’amicizia maschili, come per l’appunto può essere fra due fratelli. Prediligo l’amicizia fra uomini, anche se ad un certo punto è necessario l’intervento di una donna per fare andare bene le cose.

Girerebbe di nuovo con piacere un film negli U.S.A?
Si, lo rifarei- Sono abbastanza stufa di sentir dire che il cinema americano è spazzatura mentre tutto quello che facciamo in Europa è oro. Molti fra i film più belli dell’anno sono americani. Non tutto quello fatto negli U.S.A è fatto male. Come artista mi piace lavorare dove vengo messa in discussione, e in Europa una volta che ti sei fatta un nome tutto ciò che fai è meraviglioso e giusto. Mi piace lavorare dove incontro resistenze, e amo combattere per poter portare avanti le mie idee. Se sono forti e valide alla fine verranno accettate lo stesso.
Il film sembra raccontare due tipi di “dipendenze”: dall’amore e dalla droga.
E’ diverso essere dipendenti dalla droga e dall’amore. Volevamo affrontare non la dipendenza ma il dolore della dipendenza. In molti film la dipendenza da droghe è sexy. Noi non volevamo fosse così, il nostro obiettivo era mostrare cosa significa perdere la dignità e il controllo su se stessi. Sia in amore che con la droga si perde il controllo.

Come si è trovata a lavorare su una sceneggiatura non sua?
Lo script era molto lineare, ordinato. Sentivamo poi che all’inizio così era troppo noioso e per venti minuti si aspettava che il film iniziasse. Abbiamo deciso di raccontare i personaggi a partire da dopo questa enorme perdita. Anche la fine è diversa. Doveva finire con la scena d’addio fra i bambini e Jerry. Poi però abbiamo pensato che stavamo raccontando la storia di due personaggi che insieme uscivano dalla crisi, era interessante finire il film con una speranza di salvezza per entrambi.



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