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martedì 26 maggio 2020

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M'P Speciale Sidney Pollack: I tre giorni del Condor (1975)

I trentatré anni del Condor

08.06.2008 - Gianni Sorrentino



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Dai raffinati duetti radiofonici di Luca Sofri e Matteo Bordone sino alle siglette notturne e radical trash di Massimo Marino, la nostra cultura è densissima di riferimenti a I tre giorni del condor, classicissimo del 1975 che non riesce a stancare lo spettatore neanche al centesimo passaggio televisivo.
Carpirne il segreto è compito delle scuole di cinema, ammesso che vi riescano. Noi ci limiteremo a snocciolare alcune curiosità riguardanti la pellicola osando qualche osservazione fuori tempo massimo.
Condor è il nome in codice, da utilizzare solamente in caso di emergenza, assegnato a Joseph Turner (Robert Redford), scanzonato impiegato dell'American literary historical society, un anonimo ufficio della CIA camuffato da società letteraria.
Una mattina, il nostro eroe esce di soppiatto per andare a comprare il pranzo ai colleghi ma al ritorno trova soltanto cadaveri. Che fare? Inseguito dalla CIA e dall'implacabile killer Joubert - un memorabile Max Von Sidow - che l'aveva distrattamente dimenticato, condor diverrà a sua volta cacciatore dopo aver trovato la fiducia e qualcosa in più in una provvidenziale Faye Dunaway.
Accennata la trama, è opportuno ricercare nella genesi del film alcuni degli elementi che ne avrebbero determinato il successo. All'inizio del 1975, Sindney Pollack si ritrovò fra le mani un ottimo copione firmato da un fidato sceneggiatore di Dino De Laurentiis, Lorenzo Semple Jr., che adattava al grande schermo il fortunatissimo esordio letterario di James Grady, Six Days of the Condor. Grady era un giovane reporter di cronaca politica e giudiziaria impiantatosi a Boston dopo aver sposato un agente governativo. Il suo romanzo, oltre a restituire il clima di sfiducia generato dal Watergate, anticipò profeticamente l'ìpotesi di un'invasione statunitense in Medio Oriente per "rimediare" al futuro esaurimento delle scorte di petrolio, segreto rivelato a Condor all'ombra del World trade center...
Al di là dei contenuti politici, il film seppe valorizzare il carisma dei tre protagonisti e la qualità delle collaborazioni (musiche ipnotiche di Dave Grusin, scenografie livide di Stephen B. Grimes ben fotografate da Owen Roizman), sfoggiando una confezione semplicemente esaltante, orchestrata con maestria da Pollack.
L'Academy notò soltanto il ritmo visivo - non poteva fare altrimenti, viste le 1172 inquadrature assemblate con naturalezza nel film - attribuendo l'unica nomination ai responsabili del montaggio (Fredric Steinkamp e Don Guidice) ma fu sconfessata dal torrenziale successo del film, per nulla invecchiato dopo trentatré anni di caccia all'inafferrabile condor, un ex operaio e impiegato divenuto eroe bondiano e hitchcockiano grazie alla passione per la letteratura. Che poi, va detto, altro non è che il sogno a occhi aperti di ogni spettatore e lettore...

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