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sabato 26 settembre 2020

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Recensione libro: Spose persiane di Dorit Rabinyan

22.06.2008 - Flaminia Angelucci



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Dorit  Rabinyan è una giornalista nata in Israele che attualmente vive a Tel Aviv.
Spose persiane (1994) è il suo primo romanzo, scritto a 22 anni, e ha vinto numerosi riconoscimenti: Yitzhak Vinner Prize (1996), The Jewish Wingate Quarterly Award (1999), e il Minister`s Prize.
Il libro racconta in modo talvolta epico-fiabesco, talvolta crudo e realista, la vita di alcune donne che vivono in un villaggio persiano: anche il personaggio più marginale non è banale, ogni personaggio rappresenta un modus vivendi.
Una sottile tristezza, un filo di malinconia pervade il libro che ci mostra una società che non esiste più. Il lettore disilluso potrebbe alzare il sopracciglio per le prime pagine, ma poi non potrà resistere alle strade sterrate, ai tetti, alle finestre, al paesaggio assolato e allo stesso tempo minaccioso del villaggio. Non potrà che provare curiosità per la madre di famiglia che ricorda il personaggio di Clitemnestra, per la viziata e disperata Flora, la piccola e ambivalente Nazi, per le sorelle pettegole del villaggio, la stregona, la meretrice.
Lo stile non presenta orpelli né ridondanze, le descrizioni non sono mai pura esibizione letteraria ma accompagnano il lettore in un mondo antico; il lessico chiaro e semplice, ma non pudico, avvicina i personaggi al quotidiano.
Un romanzo che stupisce e stordisce, lasciando al lettore un sapore agrodolce e la speranza di un seguito a questa saga in nuce.
Un libro che parla di onore e rispettabilità, delle nozze come festa della comunità, che ricorda abitudini ormai lontane che profumano di mito.
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