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lunedì 28 settembre 2020

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Recensione film: Il mio sogno più grande

07.07.2008 - Tommaso Ranchino



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Quando Gracie perde l’adorato fratello in un incedente, il dramma che la divora si trasforma ben presto in voglia di riscatto, di rivalsa. Decide di sostituire il fratello nella squadra di calcio del liceo. Il cammino che la porterà a realizzare il suo sogno è ciò che il film racconta in maniera formalmente sbiadita, facendo (mal) affidamento su di una trama che paga una manifesta banalità dilagante, che lascia perplessi fin dalle sequenze iniziali.
La pellicola made in USA, nata dalla voglia e dalla determinazione dell’attrice e produttrice Elisabeth Shue, che qui fa la madre di lei, di raccontare una storia a lei realmente accaduta, si presenta come un college movie estivo, scontato e lievemente tedioso nella sua prevedibilità.
Le interpretazioni del cast sono l’unico appiglio su cui sperare, ed infatti risultano più che riuscite (intensa la protagonista Carly Schroeder, addirittura eccellente ‘papà’ Dermont Mulroney). La sceneggiatura è, al contrario, il tallone d’Achille: dialoghi melensi, personaggi opachi, relazioni ed introspezione inesistenti.
La direzione di Guggenheim, marito della Shue, è televisiva e scontata. Inquadrature standardizzate rendono tutto tristemente patinato. La fotografia pubblicitaria poi non aiuta assolutamente.
I (mai nobili) cugini di genere, vedi la saga targata Adidas Goal, hanno (almeno) dalla loro una serie di sequenze di gioco ben realizzate, che portano i fruitori nel cuore del campo e degli spogliatoi dei tempi di mezz’Europa (come se non bastassero gli interminabili Mercoledì di Champions). Invece qui le rare scene di gioco sono ben sotto le aspettative, non che da Gracie ci si aspettasse chissaché per carità.
Andandosi ad accostare invece a Bend it like Beckham, opera del 2002 lontana dall’essere un capolavoro, il paragone diventa, vista la vicinanza negli intenti, ancora più impietoso. Nel film di Gurinder Chadhala rivalsa sociale ed integrazione razziale erano, tralasciato il pretesto, il fulcro della struttura narrativa. Addirittura il lato sportivo era meglio affrontato.
Dispiace il fatto che il genere del football, qui soccer, movie non riesca ancora a realizzare qualcosa che possa restare ai posteri o di perlomeno consigliabile. Le uniche volte in cui ci si è riusciti è quando lo si è affrontato immedesimandoci nel tifoso (Febbre a 90°, Hooligans), raccontando quindi non le gesta sportive, ma descrivendo il ruolo, fondamentale, che spesso il calcio ha nella vita delle persone.
Alla fine de Il mio sogno più grande ci resta in mano la grinta della protagonista, un paio di buone prove attoriali e un’oretta e mezza di scialbo intrattenimento.


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