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lunedì 24 febbraio 2020

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Recensione film: Identikit di un delitto

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Titolo: Identikit di un delitto (The flock)
Regia: Wai-keung Lau
Cast:

Richard Gere, Claire Danes

IMDB: 57/100
Voto: 50/100
Capita a volte che stimati attori di Hollywood vengano mal consigliati da pessimi agenti e si trovino a recitare per ragioni economiche o per una errata valutazione del progetto, in film dai quali dovrebbero piuttosto tenersi ben alla larga. E’ciò che succede in “Identikit di un delitto”, film diretto da Andrew Lau, regista cinese di Infernal Affairs, in cui Richard Gere viene coinvolto suo malgrado in una trama sconnessa, che a tratti dà l'impressione di essere stata scritta senza la necessaria attenzione e preparazione.
La storia presenta un agente di pubblica sicurezza americano, Errol Babbage (Richard Gere), che si occupa, seppur in maniera poco ortodossa e con uno stile che lo avvicina a tratti al Bronson del “Giustiziere della notte”, di controllare i condannati per delitti a sfondo sessuale che si trovano in condizione di libertà vigilata. Il rapimento di una giovane fanciulla, caso di cui Babbage in realtà non dovrebbe occuparsi, fa da sfondo alla vicenda personale del personaggio principale. Babbage, ormai prossimo ad un forzato pre-pensionamento voluto dal suo capo ufficio che farebbe la gioia di tanti lavoratori italiani, deve anche occuparsi di inserire la nuova recluta, Allison Lowry (Claire Danes), cercando di spiegarle in pochi giorni i trucchi del mestiere.
La vicenda porterà i due protagonisti a dover sconfiggere le proprie paure, i “mostri” personali che si nascondono dentro di loro, per poter risolvere il caso loro (non) affidato della ragazza scomparsa prima che sia troppo tardi ed accada l'irreparabile. Nel corso delle indagini, il cui sviluppo è spesso poco chiaro e non completamente lineare, i due agenti si imbatteranno in svariate forme di perversione, oltre che in una serie innumerevole di cadaveri fatti a pezzi, la cui presenza è più legata ad un certo livello di morbosità che ad una reale utilità nello svolgimento della trama. Anche la presenza di segni ed animali legati alla magia nera ed alla simbologia esoterica, viene inserita dal regista senza fare alcun tentativo di approfondimento della tematica, ma piuttosto con la volontà di proporre un caotico cocktail di misticismo e spiritualismo.
La regia del cinese Andrew Law, chiaramente influenzata nel tocco e nella velocità del cambio di scena da un passato legato ai video-clip, propone soluzioni di fotografia già viste in altri film, come il capostipite del genere: “Seven” di David Ficher, senza ottenere però la stessa tensione emotiva del regista americano. Alcune sfortunate battute della sceneggiatura provocano infine l'ilarità del pubblico nei momenti che dovrebbero essere invece di maggiore drammaticità, annullando definitivamente la tensione e completando l'opera di un film decisamente mal riuscito.



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