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lunedì 28 settembre 2020

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Recensione film: Batman - The Dark Knight

27.07.2008 - Pietro Salvatori



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“O muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo”.
E’ il sesto lungometraggio quello realizzato da Nolan per Batman, e il supereroe senza superpoteri ancora una volta sopravvive.
Sopravvive a sè stesso, alle sue paure. Riesce ad esorcizzare il momento in cui riconoscere le proprie debolezze, anche se il prezzo si dimostrerà salato.
Nel mondo dei brillanti magistrati, dei poliziotti corrotti, delle mafie italiane, russe, giapponesi, degli onesti mestieranti del vivere quotidiano, non c’è spazio, infatti, per un uomo che, smitizzato, assume le sembianze di un ambiguo vigilante.
Mentre la codificazione del supereroe-tipo conduceva ad un uomo con dei poteri sovrumani inserito in un contesto a noi familiare, in una contemporaneità tutto sommato ordinaria, il mito di Batman si fonda su un uomo straordinariamente normale calato in un contesto che, con quello a cui noi siamo abituati, poco c’entra.
Nasceva così la Gotham city della tradizione, quella gotica, quella che con sapienza e perizia Burton ha ricreato nei primi due capitoli della saga. Ma nasceva così anche la mitologia di un uomo normale che decideva di combattere criminali misteriosi in un luogo altrettanto ricco di mistero e di inquietudine.
Nolan sterza decisamente, ancor più che con Batman Begins, dipingendo con pennellate sapienti una Gotham che non si colloca più in un universo a sè stante, chiusa nell’alveo di un non luogo che ne cauterizza i punti di contatto con la realtà, ma che è in relazione con il modo del qui e dell’ora, arrivando ad assomigliare in tutto alla New York per come noi la conosciamo. Una Gotham nella quale il nemico utilizza le videocamere dei cellulari, diffonde i propri messaggi di terrore attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Una Gotham dove la follia del Joker non è finalizzata ad uno scopo, indirizzata ad un fine, avvolta di uno sconosciuto motivo.
E’ follia del tutto umana, scompenso criminale senza perchè, prodotto ignoto della società dalla quale proviene, senza possibilità di alibi nè di scappatoie.
Il Joker di Ledger/Nolan non ha un nome nè un volto, non combatte per uno scopo, non delinque con un fine. E’ paradigma del corto circuito di cui è preda una società che rimane aggrappata a pochi uomini simbolo, in cui ci si interessa unicamente del risultato, mai dello scopo (geniali, in questo senso, sono le diverse storie attraverso le quali Joker narra la genesi delle proprie spaventose cicatrici).
Una visione cinica del mondo in cui viviamo, un mondo nel quale “a volte non basta la verità, a volte la gente merita di più”, nella quale non c’è pericolo di confondersi tra chi sia il buono e chi il cattivo, ma che nasconde ampi sprazzi di conturbante ambiguità.
Nolan dispiega sullo schermo tutta la mitologia post-moderna dell’uomo pipistrello, con tanto di nascita, vita e morte di Two Face, per un film che condensa in una notte tutta la poetica della fiaba contemporanea, così intrisa di magia come anche di solida realtà.
Un gran cast, bene assortito, con una buona performace di Ledger, chiamato a riscrivere un personaggio dall’eredità pesante, e un Gary Oldman assolutamente a suo agio in una parte solo apparentemente semplice. La fotografia naturalistica, che ricerca il contrasto di colori rimanendo nel campo dei bianchi e dei neri, e la splendida,perchè tutt’altro che invasiva, colonna sonora di Zimmer completano il quadro.
Il cavaliere oscuro forse non sarà un film che farà la storia del cinema. Quella del pipistrello, però, non ne potrà più fare a meno.



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