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domenica 19 gennaio 2020

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Venezia 65, concorso: Vegas – based on a true story

Deserto e caccia all’oro: gli Stati Uniti secondo Amir Naderi

01.09.2008 - Riccardo Antonangeli



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Titolo: Vegas – based on a true story
Regia: Guillermo Naderi
Cast: Mark Greenfield, Nancy La Scala, Zach Thomas.
IMDB: --
Voto: 85/100

Ci sono film che sono semplicemente di un’altra categoria, cinema allo stato puro che lascia storditi, attoniti eppure convinti fin da subito di essere stati colpiti da qualcosa di unico. E’ la forza del vero cinema indipendente americano, etichetta che troppo in fretta si accosta a ricche produzioni in realtà soltanto camuffate da “low-budget”. Amir Naderi, un vero maestro, pioniere del cinema sperimentale, il suo di “budget” l’ha vinto al tavolo da gioco, puntando dei soldi prestati da amici biscazzieri. “Era tanto che sognavo di fare questo film, ma nessuno me li avrebbe mai dati, perché i miei film non è che facciano guadagnare tanto…Poi ho incontrato certi amici che mi hanno detto: tieni, gioca questi soldi e se vinci puoi girare il tuo film…se avrà successo, giuro che riavranno i loro dollari.”
Vegas non è solo nel titolo, è nel sangue di questo film, denuncia di un mondo che vuole solo soldi, pensa solo ai soldi e muore per i soldi. Cronaca dell’ossessione più grave che affligge la nostra società, girata nel luogo, nella città che ne è il monumento: Las Vegas. E’ qui la terra dell’abbondanza che nutre i suoi figli della droga per cui sbavano. “Questa storia è l’America, il paese che io ho conosciuto e di cui ho fatto esperienza. Hollywood non è capace di raccontare la realtà di questo paese”, dice Naderi, iraniano stabilitosi a New York alla fine degli anni Ottanta.
La storia privata di una famiglia ed il destino comune di un’intera nazione s’intrecciano, confondendosi, in un equilibrio capolavoro, senza che nessuno dei due piani prevalga sull’altro. Eddie Parker lavora in un’officina, la moglie Tracy è cameriera in un bar. Vivono con il figlio dodicenne in un container, nella polvere, solo terra intorno a loro. L’unica macchia verde è il giardino davanti casa, di cui Tracy si prende cura come fosse il suo secondo figlio. Il loro equilibrio nell’infelicità è però minacciato da una notizia inaspettata: c’è chi sostiene che nel loro giardino sia sotterrato il bottino di una famosa rapina avvenuta anni prima…
Il tarlo della felicità si insinua ad una ad una nelle menti dei tre protagonisti, ormai da tempo abituati a vivere senza i sogni di un futuro migliore. Il dubbio sussurra loro di scavare, e la sua voce ha il suono irreale di un campanello scosso dal vento, e del “bip-bip” del metal-detector (unica e spettacolare colonna sonora). La speranza del denaro, e l’incredibile ma non per questo assurda possibilità che si nasconda proprio lì, sotto il giardino di casa, scatenano una delirante caccia al tesoro senza tregua.
Fare buchi alla ricerca di un fantomatico tesoro come metafora dell’ossessione per il gioco d’azzardo. Non ci sono più gli scacchi di Bergman, la famiglia Parker gioca la sua partita a “poker” della vita, puntando sempre di più. E così al posto del ritornello da casinò “questa è la volta buona”, si sente “questo è il punto buono”, e via a scavare. Arriveranno all’ “all in” finale, giocandosi la loro terra, l’unica cosa che veramente posseggono.
E’ la stessa terra che sporca per tutto il film i volti dei tre personaggi, affidati da Naderi ad attori più o meno esordienti: “ho sempre voluto soltanto persone senza esperienza. Li ho fatti vivere come una famiglia in quella casa, e dopo tre mesi ho ottenuto ciò che volevo: non recitavano, ma ormai erano loro stessi”. Confine tra realtà e finzione dunque annullato grazie ad interpretazioni genuine e ad una telecamera che quasi si nasconde, lasciando la pazzia esplodere da sola, in punta di piedi. L’unico a conservare uno sguardo lucido fino alla fine sarà il piccolo Mitch, cui viene affidato un messaggio di speranza e ricostruzione. “Ho fiducia nelle nuove generazioni, credo in loro per un futuro migliore del nostro paese. Solo loro se vogliono possono cambiare le cose”.
 Tra atmosfere western, ed un padre alla “Shining”,  Naderi firma la suo opera più tradizionale sul sogno americano e sul mito della frontiera. Capovolgendoli, anzi direttamente seppellendoli nel giardino di ogni americano.

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