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venerdì 25 settembre 2020

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Intervista a Guillermo Arriaga, il regista di "The burning plain"

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08.11.2008 - Enrico Rossignoli



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E’ il suo primo film da scrittore e regista dopo le sceneggiature  di Amores Perros, 21 Grammi, Babel e Le 3 Sepolture. Come ha gestito la recitazione degli attori?

All’inizio leggevo libri su come dirigere ma dato che mi creavano confusione, ho deciso di realizzare un mio stile di regia. Dovevo bilanciare il metodo di direzione con molta accortezza, adattandolo ad attori professionisti. Non ho mai seguito o applicato il metodo del video village, in cui il regista segue il lavoro vedendo il monitor senza parlare con gli attori, perché ero sul set seduto vicino una macchina da presa per avere un dialogo con loro.

Burning Plain a Venezia è stato sottovalutato. Quanto ha contato il giudizio della critico rispetto al pubblico?

Sono onorato di aver presentato il film al Festival di Venezia.
Per me è stata toccante e commovente la reazione del pubblico, i lunghi applausi hanno gratificato il mio lavoro e di tutti coloro che hanno partecipato al film. Riguardo la giuria non saprei dire quale sia il loro giudizio unitario o il criterio di valutazione.
Le candidature e i premi sono il coronamento di una carriera, mentre ora credo sia più importante essere capito dagli spettatori.

E’ più difficile essere solo sceneggiatore oppure regista e autore di ciò che scrive? Ci si può deresponsabilizzare quando si è solo sceneggiatori?

In tutte le mie sceneggiature (Inarritu e Tommy Lee Jones) ero presente durante le riprese. Ne Le 3 sepolture ho scelto gli attori e ho interpretato una parte.
In quel caso ero preoccupato poiché avevano chiamato una serie di attori messicani con un pessimo spagnolo. Non è stata quindi una sorpresa dirigere un lungometraggio perché ho sempre collaborato con i miei registi e fatto il casting assegnando i ruoli più adeguati. Dopo aver passato tanto tempo a dedicarmi alla scrittura da solo, è molto bello lavorare in un team.  

Qual è il valore aggiunto di uno sceneggiatore che fa il regista?

Non posso litigare con il regista, né essere contrario alle sue scelte. (sorridendo).
Non ho avuto nessun problema col casting. Già dal primo giorno presi gli attori che mi interessavano per la profondità dello sguardo, poiché trasmettevano maggiore intensità.
La produzione ha suggerito di girare in New Mexico per risparmiare 5 giorni. Decisi di girare in Oregon in 5 giorni in più evitando di lavorare in un posto sconosciuto.
Non conoscevo l’Oregon molto bene, ma avevo in mente dei set ben precisi e conoscevo quella zona, vicino alla quale si poteva raggiungere il mare. Per esempio il ristorante sulla scogliera. Ma il fattore determinante era esprimere le emozioni dei protagonisti.

Che ne pensa della vittoria di Obama? 

Con Obama arriva un’icona, la possibilità per gli USA di cambiare e dare una svolta.
Se il mondo avesse votato Obama avrebbe vinto per il 97%. Egli incarna il meglio degli Usa e rappresenta la possibilità di una società generosa dove ognuno può farcela.
   
The “Burning Plain” è per lei come una prima parte di una trilogia sulla frontiera?

Burning Plain è il mio secondo film sulla frontiera, il primo è Le 3 Sepolture.
Il messaggio che vorrei dare è che il mondo sta cambiando e con lui le frontiere tra le nazioni. Spero che The Burning Plain riesca a ritrarre al meglio questo cambiamento almeno quanto quello che porterà il nuovo presidente.
Se il film avrà successo significa allora che avrà funzionato il passaparola.
E’ importante per me che nel film accadano sempre molte cose, appartengo alla tradizione  Shakespeariana.

In questo momento Hollywood vive un’età di carenza di sceneggiature di qualità.
Qual è il problema?


C’è un problema della società contemporanea di trasformare la vita in fiction, stiamo perdendo la capacità di avere una comprensione interna del mondo. Ci stiamo alienando dalla Natura e non siamo più in grado di raccontare storie perché questa alienazione ci impedisce di comprenderla. Molti registi si preoccupano più dell’inquadratura, del make-up che non della storia che raccontano e degli attori, la forma per loro prevale sulla sostanza. Perciò penso che sia un problema mondiale e non solo Hollywoodiano.


Fa parte del filone di registi messicani come Cuaròn e Inarritu. Ritiene che il cinema messicano goda di buona salute?

Penso che in questo periodo goda di ottima salute. Questo perché esiste la fiducia che la cultura messicana abbia una profondità che non è stata riflessa finora nel cinema. Come nel calcio: l’Argentina non era forte fino a non aver vinto la prima coppa del mondo, e così è il Messico nel mondo cinematografico. Questo è il motivo per cui abbiamo buoni registi in Messico.

Quanto ti ha influenzato il cinema di Alejandro Inarritu quando eri sceneggiatore?
La centralità dell’uomo nel racconto sembra tipica degli anni ’70.
Quanto ha pesato la conoscenza di quel cinema?


E’ stato gratificante lavorare per questa storia con ottimi collaboratori.
Fin dai primi passi, insieme al direttore della fotografia, ho diretto questa storia rapportandola al realismo italiano. Sono cresciuto con cinematografie diverse, quelle che più mi hanno influenzato sono le sceneggiature che trattano l’uomo. La differenza tra me e Aleandro è nella direzione: io pratico una regia sobria dove la macchina da presa non esiste e passa quasi inosservata, lui invece resta a contatto con i personaggi come se ci fosse una terza osservatore.
Il tentativo che ho voluto fare è creare una metafora tra i protagonisti e la natura che li circondano. Ho fatto poco uso di musiche a dispetto del suono dove ogni personaggio simboleggia un elemento: Acqua, Fuoco e Vento.
Tema del Confine è sempre stato sentito dal cinema messicano.

Qual è il suo concetto di confine?

Cerco personaggi che siano confini di qualcosa, che incarnino un elemento naturale o un luogo dove qualcosa inizia e qualcosa finisce.
Mi piace la metafora tra Vita-Morte, le cicatrici come confini fisici. Confini fisici e poetici possono coincidere al servizio di un cambiamento accelerato come quello mondiale.

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