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sabato 30 maggio 2020

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Recensione film: Palermo shooting

La riflessione sull’arte di Wenders, a spasso nei sobborghi di Palermo

16.11.2008 - Enrico Rossignoli



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Titolo: Palermo shooting
Regia: Wim Wenders
Cast: Campino, Giovanna Mezzogiorno, Dennis Hopper
IMDB: 64/100
Voto: 62/100

 

Un fotografo tedesco di mezza età (Campino) sfiora la morte in un incidente stradale e comincia a soffrire una crisi artistica. Dopo l’evento, decide di rompere con il passato e ambientare i suoi ultimi scatti a Palermo, lontano dalla popolarità e dal successo. Durante il soggiorno, Finn respira la calma di una città priva della frenesia che caratterizza il suo lavoro e inizia a visitare i sobborghi in cerca di risposte. L’incontro con una giovane restauratrice (Giovanna Mezzogiorno) e il faccia a faccia con la Morte (Dennis Hopper) saranno il principio della sua resurrezione.
Presentato in concorso al 61° Festival di Cannes, è il 29° lungometraggio di Wim Wenders, regista, fotografo, sceneggiatore, cultore di musica e contaminatore di generi in ogni sua rappresentazione.
Dopo Lisbon Story (1995), Wenders torna a dirigere in Europa con un racconto esistenzialista sull’agonia morente della vena ispiratrice e la sua tormentata rinascita. Trattasi, apparentemente, di un viaggio di (ri)scoperta interiore attraverso Palermo e il rapporto dinamico tra natura e artista. Un thriller psichedelico dove incubo e realtà si mescolano verso il fine ultimo risolutore: la salvezza dell’anima.
Autobiografico quanto basta, il regista di Dusseldorf ritaglia le paure di un fotografo riprendendo il prediletto tema della ricerca spirituale.
Di fronte alla superficiale interpretazione di Palermo Shooting, tanto europeo nel mostrare lo sguardo onirico quanto americano nel trattarne la storia, c’è una profonda e colta riflessione sulla fotografia e sull’arte come essenza dell’uomo.
Il risultato è il difficile tentativo di coniugare musica, fotografia, cinema e filosofia come “summa” del suo ideale artistico, ovvero, un modo per superare se stesso senza essere ripetitivo e ridondante.
 Stroncato dalla critica, Palermo Shooting è stato definito “imbarazzante” e “accademico”, e, come se non bastasse, Wenders accusato di aver “tradito” il suo cinema infliggendosi la morale del suo stesso film: la manipolazione dell’arte in cambio di fama e denaro. Eppure è l’autore europeo più eterogeneo e amato dalla critica internazionale degli ultimi 30 anni.
Negli anni ‘70 ha cavalcato il “tema della strada” con la trilogia europea Alice nella Città, Falso Movimento e Nel Corso del Tempo. Dal 1980 si rivela al pubblico con i successi Paris, Texas (1985) e Il Cielo sopra Berlino (1987), Palma d’oro a Cannes e Leone d’oro alla Regia a Venezia. Dal ’90 ad oggi inizia il sodalizio con i grandi registi (Antonioni e Scorsese su tutti) e la sua consacrazione americana con Fino alla Fine del Mondo, Million Dollar Hotel e La Terra dell’Abbondanza. In tutto ciò non smette mai di girare documentari e mostrare il lato musicale - fotografico delle sue opere.
Oltre i meriti e i riconoscimenti c’è l’odio dei critici ancora legati al suo primo periodo, e quelli delusi poiché tuttora amanti della svolta avvenuta tra Lo stato delle cose (1983) e Così Lontano Così Vicino (1993).
Win Wenders incarna un cinema poliglotta e poliedrico, riflessivo e autoironico. Il suo trucco è aver capito che “nella vita bisogna prendere tutto sul serio, tranne se stessi”.

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