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martedì 31 marzo 2020

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Recensione film: Bitter and twisted (Torino 26)

26.11.2008 - Tommaso Ranchino



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Titolo: Bitter and twisted
Regia: Christopher Weekes
Cast: Noni Hazlehurst, Steve Rogers, Christopher Weekes
IMDB: --/100
Voto: 72/100

 

Liam è scomparso prematuramente, lasciando una fidanzata ed una famiglia numerosa. La dipartita del giovane avvierà un meccanismo diabolicamente ben congegnato, stravolgendo le vite delle persone più care che però, attraverso la gravosa rielaborazione del lutto, vivranno una metamorfosi necessaria che aprirà loro inaspettati spiragli vitali.
Giù il cappello per l’opera prima del 24enne Christopher Weekes, che interpreta (alla grande), dirige e scrive un lungometraggio incantevolmente ritmato, dimostrando una notevole nozione di cinema. Autori ben più rodati non sempre raggiungono il risultato prefisso, qui ci si trova davanti ad un film che vuole parlare della vita a chi la vita la vive tutti i giorni, soffermandosi sulle depressioni e sulle solitudini di un manipolo di personalità eccezionalmente descritte. Un cinema formalmente denso, costruito su di un’ottima colonna sonora e su di un’ammirevole varietà d’inquadrature, e che propone una  coralità attoriale che rende tangibile il dinamismo di una sceneggiatura acuta, fiera dell’umorismo nero che la pungola.
L’autore si è visibilmente confrontato e riferito al cinema indie più blasonato, la vicinanza stilistica a registi come il primo Paul Thomas Anderson è palese.
L’istantanea che ne esce è quella di un’umanità disperata e sola, che si appiglia al prossimo per un’autoaffermazione sociale dovuta più che voluta. Esseri umani che, smarriti, ne cercano altri in cui smarrirsi. Il volto dell’amore, familiare o di coppia, assume un’espressione enigmatica ed inquietante, a tratti disarmante; la felicità rimane così null’altro che un compromesso, almeno fino a quando nel finale i personaggi non si guardano in faccia come forse non era mai successo prima.
“Bitter and twisted” punta dritto e non si distrae, pur essendo molto costruito e poco aggrappato al reale, non accentua le proprie astrusità come si verifica spesso in lavori del genere. Pur trovandosi in situazioni assurde ed assumendo atteggiamenti al confine del surreale i personaggi mantengono una loro dignità e credibilità, facendo sì che l’opera conservi fino in fondo la propria vigoria e non si specchi smodatamente.

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