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Intervista al cast e al regista di "Solo un padre"

30.11.2008 - Marco Bolsi



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Abbiamo incontrato a Roma il cast di Solo un padre, film diretto dal già noto Luca Lucini, regista del cult movie adolescenziale Tre metri sopra il cielo.
Questa volta al regista è toccato un compito più arduo: “Abbiamo avuto molte difficoltà sia con la sceneggiatura che con la ricerca del protagonista; in particolare avevamo bisogno di ricreare l’armonia che si ritrova nel romanzo da cui è tratto questo film, un equilibrio tra com’è la vita realmente e il fatto di nascondere un dramma che inevitabilmente viene fuori”.
Il film affronta da un punto di vista diverso il rapporto tra un figlio e un genitore: “Di solito la maternità è più istintiva, raccontata e conosciuta. Invece il senso di paternità arriva più tardi”, spiega Lucini,”perché si configura come un’esperienza nuova di cui il padre è del tutto estraneo”. “Le perplessità maggiori”, continua Argentero, “riguardavano proprio il dover immaginare di essere un padre. Per fortuna ho avuto l’esempio di Luca, il regista, che è un grande papà; è stato lui a darmi  qualche indicazione su come comportarmi. All’inizio la tendenza era di maneggiare il bambino come se fosse un vaso di cristallo, poi ti accorgi che sono fatti di gomma e ti ci diverti moltissimo”.
Viene poi chiesto al protagonista quale sia stata la scena più ostica da girare: “La parte più problematica”, interviene Argentero, “(oltre a lavorare con un gatto in un bagno di 3m x 3m) è stato riuscire a trovare un equilibrio tra le parti comiche e drammatiche del film senza che risultassero troppo separate tra loro”.
Dopo il successo di Lezioni di cioccolato (2007) e la buona riuscita di Solo un padre, sono in cantiere nuovi progetti: “Sicuramente sono stati due anni superprolifici, grazie anche alla collaborazione con Cattleya. Spero di continuare su questa strada: crescono i ruoli e crescono le responsabilità. Sono già impegnato in altri due film: Diverso da chi? e Il grande sogno che usciranno sempre quest’anno”.
Il regista precisa infine il significato del film: “La sceneggiatura è tratta dal romanzo Perfect skin: il protagonista crea una pelle perfetta tra sé e il suo dolore. In questo ci ha aiutato anche la scelta della città, Torino, dove si trova una borghesia chiusa e autoreferenziale. Quello che ho fatto io, dal punto di vista registico, è stato di dare un maggior rilievo all’ambiente piuttosto che ai personaggi: nelle scene in cui erano presenti Sofia o Camille la telecamera si avvicinava perché loro due sono le uniche capaci di entrare nel dramma di Carlo. Il rapporto tra Carlo e Camille è complementare: lei è partita dai suoi genitori, vive alla giornata, pensa alle cose con leggerezza; lui invece è pragmatico, si lascia trascinare dalla sua vita. Camille col suo modo di fare, semplice e ironico, inizia a scavare nel passato di Carlo, mentre il suo rapporto con gli amici è distaccato, quasi d’apparenza.
In realtà non si tratta di una storia d’amore tra loro due, bensì un iniziare a provare sensazioni, emozioni e passioni. Chi non sa soffrire probabilmente non sa neanche amare”.

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