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martedì 31 marzo 2020

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Quando si crede di vedere veramente…

Il cinema invisibile di Aristakisjan e lo spettatore perduto

14.12.2008 - Claudio Fora



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Parlare delle immagini è sempre faticoso. Si gira a vuoto, per tentativi. Tentativo di avvicinarsi a una visione e a un linguaggio estranei. Tuttavia (e infatti) capita che, usciti da certe proiezioni, si sia in una contradditoria situazione per cui si crede simultaneamente di aver visto più che mai qualcosa (e si vuol dire,dire..) e di non aver visto proprio un bel niente. Martedì 9 dicembre, al Teatro Palladium, si è creduto di vedere intensamente i due unici film di Artur Aristakisjan, l’autore contemporaneo più al limite (dell’immagine,del sistema,debordiano,iconoclasta sublime,anzi creatore di icone fiammeggianti,da consumare i fotogrammi,la morte,dice lui..). Grazie alla Raro Video e alla solita attenzione ghezziana, questi film sono ora in dvd; e agli stessi è stata dovuta la presenza del regista a Roma, in una serata entusiasmante per le risposte intensissime di Artur.
La macchina da presa è il bambino mai nato cui si indirizzano le parole della voce off-padre di Ladoni (primo film di corpi mostruosi e diseredati fuori dalla realtà,e proprio per questo unici reali); dunque lo spettatore non esiste! L’unico spettatore che possa vedere davvero non nascerà mai, non è mai nato, è impossibile; lo attesta la malinconia infinita del bellissimo commento lirico che si rivolge disperatamente allo spettatore perduto. Si può però provare: farsi mendicanti, c’invita Aristakisjan: nessuna concessione alla società dello spettacolo, quindi lotta appassionata con l’immagine e ricerca di una nuova comunità, di un posto nel mondo (Mesto na zemle, il secondo film che mostra la vita di una comune) che viva di dinamiche nuove, di nuovi segni. Come segni dell’invisibile/dall’invisibile sono le immagini accecanti per intensità di questi due film,i più artaudiani mai VISTI e per questo MAI visti. Questo cinema ci dà una possibilità; non c’è da cadere nella tentazione di un’interpretazione in chiave utopica, e tantomeno nella tentazione dell’interpretazione secondo codici comuni. Lo spettatore ha da spogliarsi della sua socialità a favore dell’emersione dello “spettatore interiore”, qui più che mai. Le immagini sono reali, intense fino al sacro, così come reale è il linguaggio altro, primitivo che dobbiamo ritrovare per la possibilità di un mondo diverso.

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