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mercoledì 27 maggio 2020

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Recensione film: Valzer con Bashir

11.01.2009 - Riccardo Antonangeli



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Titolo: Valzer con Bashir (Vals im Bashir)
Regia: Ari Folman
Cast: Ari Folman, Boaz rein Buskila, Ori Sivan, Roni Dayg, Shmuel Frenkel, Ron Ben Ysahi 
IMDB: 82/100
Voto: 76/100

 

Dopo ogni guerra, nella vita del soldato la guerra sempre ritorna, sottoforma di allucinazioni ed incubi, muta di cani giustizieri che di notte insegue la sua preda: la memoria da spolpare di chi ha ucciso e visto uccidere, e ancora continua a chiedersi il perché. E’ la scena iniziale del film, forse dopotutto la più riuscita, perché stupisce e trascina subito senza tanti fronzoli dentro al delirio di un soldato che ha smarrito per strada i ricordi della guerra combattuta a vent’anni, ed insieme ad essi anche se stesso. Eccolo così Ari, quarantenne in crisi esistenziale che decide finalmente di fare chiarezza, di capire il ruolo effettivamente avuto nella storia del suo popolo. La storia è quella di Israele, che nel 1982 partecipò alla guerra civile libanese al fianco dei falangisti cristiani, sostenendoli contro OLP e siriani, ma soprattutto macchiandosi di cieca indifferenza quando per due lunghi giorni non fece niente per risparmiare all’umanità l’ennesimo genocidio, che si stava tragicamente consumando a Sabra e Shatila, due campi palestinesi di Beirut dove i falangisti fecero strage dei soliti innocenti, in centinaia fra vecchi, donne e bambini.
Dopo alcune interviste ad amici compagni d’armi come lui in quei giorni a Beirut, Ari si rende lentamente conto che è proprio il massacro in particolare ad essere stato cancellato dalla sua memoria. Semplicemente scomparso nel nulla, sostituito da una serie di confusi flash senz’altro più frutto della fantasia che fedele ricordo. Com’è possibile per lui che era a Beirut, a cento, forse duecento metri dall’accaduto, non conservare nemmeno un segno di quel giorno? Com’è inoltre possibile che nessuno dei suoi amici riesca precisamente a ricordare se fosse lì accanto a lui  in quelle ore oppure no? Sono solo alcune delle domande cui Ari tenta di dare risposta, in un dialogo serrato con altri testimoni inconsapevoli dell’evento, ma soprattutto con la sua coscienza, alle prese con il dubbio e il rimorso, spettri di una colpa che ancora non ha volto, e che per questo, nascosta e confusa nell’oscurità di una memoria ferita, non può essere riconosciuta, accettata e infine sconfitta.
Assistiamo così alla poco lucida terapia del soldato Ari Folman, che al ritmo di una formidabile colonna sonora, misto di classica, elettronica e dance, tenta di rimettere a posto i pezzi di un puzzle ancora troppo confuso. Le immagini che inizialmente si affastellano a caso nella sua mente hanno così la forma e i colori di un cartone. Sono i sogni e le allucinazioni con cui la fantasia distorta ha coperto la falla della sua memoria, forse per proteggerlo da una verità ancora inaccettabile: che a Sabra e Shatila gli israeliani permisero di fare ciò che i nazisti avevano fatto loro. Testimoni di uno sterminio, senza accorgersene, senza muovere un dito: da vittime, a inconsapevoli, ma lucidamente colpevoli, carnefici?
L’intuizione di Ari Folman, quella di giocare con la guerra come fanno generali e capi di stato, è senza dubbio geniale, ma in realtà riuscita solo in parte, poiché soffre del suo rimanere intuizione. L’animazione, che a tratti riesce a far rivivere quello spirito di tragica delirante ironia alla «Full Metal Jacket» per intenderci, non è sostenuta da un consistente evolversi del racconto, che sia sul piano lirico che narrativo ristagna comodamente sulle stesse consolidate invenzioni, raggiungendo il vero apice già a metà, senza poi inventarsi più nulla fino all’agghiacciante finale.
Assai lodevole è invece la riflessione sul ruolo dell’uomo nella Storia, sulla scelta (proibita?) per un soldato di agire in essa o meno. Il tutto condotto da questo schizofrenico confondersi di memoria e immaginazione, che nel loro comune turbinare diventano le due forze costitutive della mente umana.
Dramma storico e psicologico dunque, in cui l’amnesia è difesa contro la realtà, esodo dalla memoria di immagini insostenibili, fantasmi della crisi d’identità non solo di un soldato ma di un intero concetto di nazione. Meglio far finta di non aver visto, o piuttosto aver visto con gli occhi di una visione deformata, edulcorata, delirio onirico rappacificatore, non sicuramente razionale e reale. Ed invece ecco sostituirsi infine la realtà all’immaginazione, all’occhio di una non nostra fantasia, i nostri veri occhi, per sapere e riconoscere una volta per tutte se stessi nella colpa. Non è più permesso danzare, non è più concesso immaginare di non ricordare: esistiamo solo in quanto testimoni di verità che non devono morire.

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