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lunedì 25 maggio 2020

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  • Cinema e Teatro

Il cinema-memoria-cinema di Luciano Emmer

Strati di cinema, strati di vite

21.01.2009 - Claudio Fora



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Per il compleanno di Luciano Emmer si festeggia al Trevi colla proiezione del  suo ultimo triplo film, poverissimo e basico come un ritorno a qualcosa che è sempre dei cineasti che diventano sapienti. Gioca col digitale, scherza di voler girare il prossimo film con la questua. Il pensiero, lo sguardo, la parola, titolo che esaurisce il cinema. Filosofia antica, sguardi rovesciati nelle storie della storia della rappresentazione grafica e frasi che vivono dai libri per chi non prende sonno; e poi tutto, pensiero, sguardo e parole, s’alza verso una notte di luna che appare e vien meno tra nubi e fumo di pipa. Luciano Emmer ripercorre la memoria come svolgimento d’un film, di sovrimpressioni, dissolvenze incrociate multiple, con lo sguardo, forse, rivolto all’ultima dissolvenza a nero, l’ultimo sguardo, quello che porta con sé il teschio che chiude la seconda parte della trilogia, e quello individuale. Film di percorsi multipli tra le (sue) immagini, indifferentemente di vita cinema arte. Nel suo ultimo cinema mescola tutti i suoi cinemi, le storie dei suoi lungometraggi, le storie ricreate dalla memoria ricreatrice, sempre polisensa, mai proprio propria, dei quadri che ha amato e filmato, o dei pittori che ha amato e vissuto, o delle parole. Si veda il terzo e ultimo filmetto che vede il corpo (senza testa, mai filmata..) dello stesso Emmer che gira per casa sua tra storie che improvvisamente s’aprono , emergono dalle moltitudine di oggetti come a evocazione da un rituale, o con i libri sparsi per tutta casa e aperti a caso da cui le frasi volano, e apparizioni fantasmatiche televisive che prendono vita dalla bellezza d’un primo piano di Marie Trintignant, e da un Ghezzi fuori orario che parla d’attimi (Ghezzi presente in sala a introdurre il cinema-memoria-cinema particolarmente amato). E poi la memoria antica della prima parte sul pensiero greco e romano con i volti delle statue dei filosofi e le semplici didascalie. Cinema d’ingenuità sapienziale d’un novantunenne; minuti condensatissimi di strati fluidi d’immagini e cinemi e la storia ritrovata come fiume in uno strano didattismo emozionale. Tutto è accarezzato, ogni immagine come tela di quadro.

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