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giovedì 06 agosto 2020

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Il “racconto della modernità”

The Millionaire e Non è un paese per vecchi come paradigma di due contrapposti modelli di narrazione cinematografica

26.01.2009 - Pietro Salvatori



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Due scuole di pensiero si scontrano nel racconto della modernità: la scuola “aggettiva” e la scuola “sostantiva”.
Premettiamo un piccolo glossario.
Intendiamo con “racconto della modernità” sia le modalità di narrazione presenti al giorno d’oggi, che si mescolano, si rincorrono e si codificano - anche tale codificazione avviene in un continuo dialogo con la realtà - ma anche come la modernità racconta sè stessa, come l’uomo di oggi guarda a sè nel mondo contemporaneo, ma anche a sè nella storia passata e futura, e di come il passato ed il futuro siano riflessi indiretti di chi può osservare comodamente la storia dalla sua sommità, per colui il quale ogni giorno, nella sua breve esistenza relativa, è sempre l’ultimo della storia, rappresenta brevemente la “fine della storia” (non riferendoci qui però come senso alla tesi che rese celebre questo modo di dire, formulata dal politologo americano Francis Fukuyama), fino ad essere spodestato dal giorno che seguirà.
Il racconto della modernità racchiude dunque tutte le forme espressive attraverso le quali l’uomo parla di sè, siano esse riferibili direttamente ad un vissuto esperienziale, sia che questo vissuto sia mediato da un filtro - alternativamente la visione del passato o l’immaginazione del futuro - .
Restringendo per esigenze di spazio e opportunità di luogo la nostra riflessione al mondo del cinema, universo che veicola forse più di altri un tipo di narrazione immediatamente fruibile, compartecipe di una costruzione di senso, sia essa di volta in volta identitaria o particolaristica, a livello di massa, si possono individuare, nella forma espressiva utilizzata, due modi di procedere che possono risultare ottimi schemi interpretativi generici, pur non esaurendo ovviamente quella che è una riflessione sicuramente ampliabile.
Il modo di procedere “aggettivo” è quella modalità per si suole rafforzare la propria narrazione attraverso l’utilizzo di aggettivi che ne vadano a rinforzare il significato e gli imprimano il senso desiderato. Si esplicita cinematograficamente attraverso una direzione marcato e specifica della sceneggiatura, un utilizzo non timoroso delle musiche e per il ricorso a modalità d’inquadratura che sostanzino e avvalorino (attraverso le scelte visive e di montaggio) il senso che si cerca di imprimere ad una determinata sequenza.
La concezione “sostantiva” si può definire come quella che lascia più spazio a ciò che di puramente diegetico accade nell’inquadratura, tentando di rimanere distaccata quel tanto che basta a concentrare del tutto l’attenzione sull’oggetto di cui si vuole parlare, e usando i mezzi che ha a propria disposizione unicamente per convogliare l’attenzione dello spettatore su di esso.
Concezione che, va da sè, introduce ostacoli nel tentativo di imprimere senso al proprio girato, e che rischia ovviamente di risultare meno efficace e meno potente della prima.
Ci viene in mente tale riflessione per il particolare contrasto che si determina osservando gli Oscar degli ultimi due anni.
L’anno scorso a mietere successi e consensi è stato Non è un paese per vecchi, campione di quella visione “sostantiva” della narrazione di cui dicevamo poco prima. Nel film dei fratelli Coen gli aggettivi narrativi sono ridotti all’osso, a comunicare sono le cose, i volti, i corpi, le componenti tutte della diegesi scenica. Ovviamente, ma difficilmente si potrebbe fare altrimenti, il montaggio interviene nella selezione di cosa farci vedere e quando, ma è l’unico strumento (il cui uso è per certi versi obbligato) a sostenere e ad imprimere senso alle immagini, operando però invisibilmente, grazie alla sostanziale pulizia e all’apparente imparzialità che ne caratterizza i raccordi.
Scelte di tutt’altro tenore in questo 2009, nel quale sbanca il tavolo delle nomination The Millionaire, superato solamente dalle avventure fincheriane del signor Button in quanto a computo numerico di statuette, ma lanciatissimo quale favorito assoluto della serata.
Il film di Danny Boyle è una gradevole favola che fa dell’aggettivazione non solo il proprio punto di forza, ma il vero e proprio veicolo di comunicazione di senso, attraverso la proposizione di una serie di scene madri per le quali il ricorso a quel particolare modello espressivo è risultato quasi naturale ed immediato.
Due scelte diversissime non solo in quanto tipologia cinematografica, ma anche per l’occhio e la finalità con cui narrano, con cui raccontano all’uomo sè stesso, facendolo attraverso una storia.
Se il film di Boyle vincerà non lo sappiamo. Ma la tendenza generale è utile per evidenziare come, nel passaggio da un anno all’altro, i gusti etici dei giurati siano cambiati radicalmente, testimoniando in questo modo una sostanziale casualità nelle scelte operate, dettate più da un generico gusto e dall’opera sottile ed invasiva marketing che non da una visione delle cose ben definita.
In attesa che il tappeto rosso emetta il suo verdetto finale.

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