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Visioni grottesche d'oltremanica

19.07.2008 - Tommaso Ranchino



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Roba da matti. E per fortuna, diciamo noi. Dalla Gran Bretagna, dopo un periodo di apatia e qualunquismo impreziosito dal solo Danny Boyle, arriva una pellicola schizzata. Ma schizzata seriamente.
Glasgow, giorni nostri. Un virus ribattezzato ‘Il Mietitore’ infesta la città che viene messa in quarantena col successivo ripristino ed ammodernamento del Vallo Adriano (!). A 20 anni di distanza l’epidemia sembra ripresentarsi in pieno centro lonidnese. Una squadra scelta viene inviata laddove sembrerebbe esserci qualche sopravvissuto al virus scozzese, per trovare una cura.
Fin qui tutto bene, trama scontata, leit motiv trito e ritrito. Isteria di massa e personaggi stereotipati sembrano, ahinoi, il massimo a cui aspirare.
Invece no. All’interno delle mura si nasconde un mondo surreale, tribù post-apocalittiche metropolitane, look da bikers e bombe molotov sempre in tasca, sono in guerra con una comunità medievale, retta dai valori della cavalleria che fu. Una sorta di metaforica dicotomia idealizzata della società moderna, divisa in modo intestino e schizofrenico tra eccessi edonistici e consumistici e valori bigotti ed iperconservatori.
Mentre nel suo incipit la pellicola sembra trovarsi a metà strada tra lo splatter e l’epico, quando i protagonisti varcano le Mura gli si para davanti una realtà così improponibile che di colpo anche l’animo dell’opera si svela in tutta la sua sana follia.
Tra scene di cannibalismo ed inseguimenti alla Ken il Guerriero, la protagonista, una modella di 50 kg che fa ben poca fatica a stendere giganti in armatura, si sposterà, in sequenza, con un carrarmato, con un treno a vapore, con un cavallo ed, infine, con una Bentley nuova di pacca.
Doomsday è assurdo, splatter, grottesco, anni ’80, trash, hard rock, fantasy, action. E’ tanto, forse troppo, in troppo poco.
Si inserisce in quel filone, quasi deserto ormai, di opere che non si propongono alla massa per sovraffollare botteghini ed annoiare palati più fini, anzi. Parla ad un popolo di (pochi, ma fedeli) appassionati, che non mancheranno di apprezzarlo, ma con riserva. Sì, perché Doomsday comunque manca di quella presenza, fondamentale in un progetto del genere, di personaggi cult. I ‘buoni’ e i ‘cattivi’ sono caricati, ma in modo banale, senza un’eccentricità che gli unicizzi. La nicchia di adepti non potrà non accorgersene.
Si assiste, in corso d’opera, ad una depauperazione del fine primo della spedizione per lasciarsi coinvolgere dalla vorticosa e crescente assurdità delle situazioni. Lo humour, sempre meno british, dà un accento cromatico a tutta la pellicola. Proprio quella cromaticità che una fotografia buia e una regia alquanto televisiva non sono stati in grado di dare. Certo Marshall non è Rodriguez né tantomeno Tarantino, la fotografia e il movimento registico di Grindhouse, punto di riferimento autoriale del genere, sono lontani anni luce. Ma, paradossalmente, questa amatorialità formale rende alcune sequenze ancora più ridicole, perciò meglio riuscite.
Doomsday ha poi dalla sua il merito di presentarci uno scenario apocalittico (finalmente) lontano dal fiume Hudson e dall’isola di Manhattan. Questa volta il centro metropolitano della visivamente sconosciuta ai più Glasgow e le suggestive Highlands sono lo scenario dei massacri.
Da segnalare la presenza dell’unico interprete degno di nota, Malcom McDowell, icona della cultura pop per aver incarnato la follia di Alex in A Clockwork Orange, in un ruolo dal minutaggio secondario, ma di fondamentale rilevanza dal punto di vista narrativo. Il cast è in linea con tutto il resto: trash, ridicolo, sgangherato, divertente.
Una chicca da non perdere per gli appassionati del genere, una brutta sorpresa da evitare con cura per i meno avvezzi.

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