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mercoledì 19 febbraio 2020

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L’Indonesia di Suharto

Le amicizie scomode di Washington / 3

15.09.2008 - Luca Paccusse



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Questa terza puntata è dedicata all'Indonesia e a colui che l'ha governata per 33 anni: Suharto, morto pochi mesi fa.

L'ex presidente indonesiano (che ha governato dal 1965 al 1998), oltre ad essere ricordato per aver trascinato il suo paese nella crescita economica, va menzionato soprattutto per aver dato vita ad un regime corrotto e sanguinario (e amico dell'Occidente).

Haji Mohammad Suharto prese il potere nel 1965 a seguito di un Colpo di Stato appoggiato dalla Cia che non vedeva di buon grado l'indirizzo politico che stava assumendo l'Indonesia in quegli anni. Il precedente governo, guidato da Sukarno, pur facendo parte della schiera dei "Paesi non allineati" era più vicino all'Unione Sovietica e alla Cina e nell'ottica della guerra fredda Washington non poteva tollerare che un paese così grande, popoloso e ricco di risorse potesse finire nell'orbita comunista. Gli americani decisero così di appoggiare Suharto più o meno esplicitamente.

Genocidio legalizzato

 Il dittatore indonesiano attuò l'eliminazione sistematica di militanti e simpatizzanti comunisti (o presunti tali). Gli Stati Uniti erano a conoscenza dei massacri che si svolgevano nel paese e che andavano a colpire anche altri indonesiani, non solo i comunisti. Da Washington continuavano ad arrivare armi, denaro e approvazione per il comportamento di Jakarta: il risultato sono un milione di morti, forse anche di più.

Gli Usa non fecero nulla per fermare questo orribile genocidio e anzi, nel 1975 l'allora presidente Gerald Ford e il Segretario di Stato Henry Kissinger diedero il proprio assenso all'invasione di Timor Est. Risultato? Venticinque anni di guerra (conclusasi con l'indipendenza dell'isola nel 2002) e  duecentomila morti.

Un appoggio inevitabile?

 Ma l'Indonesia di Sukarno era davvero un pericolo per la pace mondiale? Era necessario appoggiare un regime sanguinario che si è macchiato di genocidio per impedire a quel Paese di "portare avanti programmi politici e sociali che erano contrari agli interessi di Washington"? A leggere alcuni documenti top secret oggi desegretati della Cia o del Dipartimento di Stato americano (citati in "Perché ci odiano" di Paolo Barnard, ed. Bur), sembrerebbe proprio di no. Sentite qua: "Un'Indonesia comunista probabilmente non sarà militarmente importante né per Mosca né per Pechino (...). Crediamo che i leader del Pki (il partito comunista indonesiano) siano sufficientemente nazionalisti da rifiutarsi di concedere basi militari aree, navali o missilistiche a Mosca o a Pechino".

 Secondo questi stessi documenti a preoccupare gli Usa non sarebbe stato tanto il comunismo indonesiano, quanto l'autodeterminazione economica dell'Indonesia, un paese ricco di risorse energetiche: "L'impatto a lungo termine di un'Indonesia comunista dipenderà dal grado di successo o di fallimento del Pki nell'unire e vitalizzare la nazione. Se quegli sforzi avranno successo, l'Indonesia fornirà un esempio potente per il mondo in via di sviluppo. (...) La dichiarata mira degli indonesiani è di reggersi sulle proprie forze nello sviluppare la propria economia, liberi da influenze straniere, specialmente occidentali".

Oggi

 Negli anni il regime corrotto di Suharto ha fatto affari con i governi occidentali, dando una spinta notevole all'economia indonesiana, senza perdere però le vecchie abitudini. Per quarant'anni le forze armate indonesiane - appoggiate dagli Usa - hanno praticato apertamente l'omicidio di massa e altre atrocità a Jakarta, Timor Est, Aceh, Papua etc., anche in anni recenti. Eppure, ancora nel 2005, il presidente americano George W. Bush ha sottolineato l'importanza dei legami militari con l'Indonesia, malgrado le obiezioni degli attivisti per i diritti umani che chiedono che tali rapporti siano sospesi fino a quando l'Indonesia non intervenga a fermare gli abusi dei diritti umani compiuti dalle sue forze armate.

Nelle parole che seguono, di un funzionario americano (riportate dallo scrittore William Blum), si può leggere tutta la spregiudicatezza di una politica estera controversa che troppo spesso lascia perplessi: "Non ci importa quanto sia brutale l'esercito indonesiano dal momento che si sono liberati per conto nostro di Sukarno e del suo irritante nazionalismo e per quarant'anni hanno ucciso quelli che noi consideriamo comunisti e terroristi, e hanno protetto il nostro petrolio, i gas naturali, le miniere e tutti gli altri interessi delle multinazionali dai dissidenti indonesiani. Se questa non è libertà e democrazia, allora non so cos'è" (William Blum, "Freeing the World to Death. Essays on the American Empire").

 

 

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