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martedì 29 settembre 2020

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Fortapàsc

Non è un paese per giornalisti. Marco Risi ricostruisce l’assassinio di Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra perché faceva troppo bene il suo mestiere

23.03.2009 - Francesca Maria Calegari



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Titolo: Fortapàsc
Regia: Marco Risi
Cast: Libero De Rienzo, Valentina Lodovini, Michele Riondino
IMDB: --/--
Voto: 80/100
C’è una frase in Fortapàsc che racchiude l’essenza della storia di Giancarlo Siani: “ci sono giornalisti giornalisti e giornalisti impiegati; questo non è un paese per giornalisti giornalisti”. A pronunciarla è il direttore di Siani, passeggiando proprio sulla spiaggia del paese a cui si riferisce: Torre Annunziata.
Ultimo avamposto assediato dalla camorra, tra politici corrotti e polizia con le mani legate, Torre Annunziata è, come lo stesso Siani la definisce in un articolo, un Forte Apache, di quelli dei film western, che storpiato in dialetto diventa il titolo perfetto per questo film di Marco Risi.
L’anno è il 1985, Giancarlo Siani ha 26 anni, viene da una famiglia borghese e sogna di fare il giornalista. Già da 5 anni lavora come cronista “abusivo”, senza contratto, per la sezione di Torre Annunziata de Il Mattino di Napoli. Il suo compito sarebbe quello di dedicarsi alla cronaca nera, furti, rapine, qualche omicidio. Ma a lui non basta.
Siani non è un “giornalista impiegato” e così indaga, va al fondo delle notizie e con i suoi articoli denuncia l’agire indisturbato degli uomini della camorra.
In particolar modo si concentra sul fiume di denaro che la giunta corrotta di Torre Annunziata riceve svendendo  gli appalti pubblici per la ricostruzione del paese alla mafia, e sulle lotte e i tradimenti che insanguinano le alleanze tra le famiglie mafiose. Proprio da qui viene la sua condanna a morte per ordine dei fratelli Nuvoletta e del boss Valentino Gionta, il delfino di Torre Annunziata. Il resto è storia, ma prima della sua esecuzione Fortapàsc ricostruisce il ritratto di un ragazzo di 26 anni, con tutte le ansie e i sogni che si possono avere a quella età, ma anche con un coraggio non comune e che non può essere dimenticato. Un Roberto Saviano degli anni ’80, il paragone è fin troppo facile e forse dovrebbe servire da monito, che ha il volto di Libero De Rienzo. Dopo i ruoli, ironici e malinconici allo stesso tempo, in Santamaradona e Andata+Ritorno, e l’esordio alla regia con Sangue (da lui anche scritto e interpretato), De Rienzo trova una sua dimensione completa dando al personaggio di Giancarlo Siani quell’aura di determinazione, sfrontatezza e umanità che lo rendono un personaggio unico e inevitabilmente toccante. Accanto a lui una sempre brava Valentina Lodovini (Il passato è una terra straniera, La giusta distanza), nel ruolo della fidanzata di Siani.
Ci sono film che ottengono elogi perché, indipendentemente dalla qualità artistica, trattano temi così fondamentali da essere degni di nota; Fortapàsc non è uno di questi: merita di essere visto non solamente per la rilevanza della storia, che ricostruisce senza scivolare nel banale moralismo, ma anche per il modo lineare e avvincente con cui lo fa. Con una regia pulita: semplice, ma non documentaristica o didattica, che porta la firma di Marco Risi, figlio del grande Dino, negli anni passato dalla commedia bidimensionale (Vado a vivere da solo, 1982) all’impegno socio-culturale (Mery per sempre e Ragazzi fuori, 1989 e 1990) e alla biografia (Maradona-La mano de dios, 2007).

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